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Articoli sulla storia di Gesù e del cristianesimo
3 ottobre 2016
ALCUNE PROVE STORICHE SULL'ESISTENZA DI GESÙ.
Premetto che la fede in Gesù dei cristiani è basata sugli scritti dei TESTIMONI OCULARI e di altri indiretti testi...moni. Mi domando, ma allora SE come alcuni non credenti ipotizzano che i CREDENTI che scrissero i primi documenti su Cristo abbiano IN UN SECONDO MOMENTO MODIFICATO TUTTO IL RACCONTO ORIGINALE, ma loro sulla base di COSA avevano CREDUTO in Cristo PRIMA DI SCRIVERE LE PRESUNTE MODIFICHE se non sulla testimonianza OCULARE e DIRETTA dei fatti? Si veda per esempio 2°Pietro1:16-21 << 16 Infatti non vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signor nostro Gesù Cristo, andando dietro a FAVOLE ABILMENTE INVENTATE, ma perché siamo stati TESTIMONI OCULARI della sua maestà. 17 Egli ricevette infatti da Dio Padre onore e gloria, quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il mio amato Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E NOI UDIMMO questa voce recata dal cielo, QUANDO ERAVAMO CON LUI SUL MONTE SANTO. 19 Noi abbiamo ANCHE la parola profetica più certa a cui fate bene a porgere attenzione, come a una lampada che splende in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori, 20 sapendo prima questo: che NESSUNA PROFEZIA della Scrittura è soggetta a INTERPRETAZIONE DI PARTE. 21 NESSUNA PROFEZIA infatti E' MAI PROCEDUTA DA VOLONTA' D'UOMO, MA I SANTI UOMINI DI DIO HANNO PARLATO, PERCHE' SPINTI DALLO SPIRITO SANTO. >> Ipotizzare che gli scrittori cristiani del Nuovo Testamento si fossero INVENTATI un Cristo INESISTENTE e poi essere disposti a dare la propria vita anche in martirio per un qualcosa che si sarebbero INVENTATI è UNA CONTRADDIZIONE ASSURDA! I negazionisti della storicità di Gesù, generalmente ritengono che è difficile dedurre l'esistenza storica di Gesù a causa dalla MANCANZA ASSOLUTA DI DOCUMENTI STORICI. Ma in realtà, come vedremo, le fonti storiche ci sono e come! 1) THALLOS 52 d.C. Uno dei primi scrittori secolari che fa riferimento a Cristo è Thallos. Intorno al 52 d.C., <> (Hebermas, Gary R. 'The Verdict of History'. Nashville: Thomas Nelson Publishers, 1988, pag.93). Purtroppo la sua opera esiste solo in frammenti citati da altri scrittori. Uno di questi è Giulio Africano, un cristiano che scrisse intorno al 221 d.C.. Un brano molto interessante fa riferimento ad un'osservazione fatto da Thallos sull'oscurità che avvolse la terra durante il tardo pomeriggio del giorno in cui Gesù morì in croce. Ecco quanto riportato dall'Africano: << Una spaventosa oscurità oppresse tutta la terra, e le rocce furono scosse a causa di un terremoto, e molti posti in Giudea e in altre aree furono sconvolti. Thallos, nel terzo libro della sua Storia, spiega questa oscurità in termini di un'eclissi solare, cosa che a me appare priva di logica, priva di logica naturalmente perché un'eclissi solare non può avvenire nel periodo della luna piena, ed era nella stagione della luna piena pasquale che Gesù morì. >> (Giulio Africano, 'Chronographiae',18 1). Questo riferimento dimostra che il racconto dei Vangeli relativo all'oscurità che scese sulla terra durante la crocifissione di Gesù era ben nota e aveva richiesto una spiegazione scientifica da parte dei non credenti. Thallos non dubitava del fatto che Gesù era stato crocifisso e che si era verificato un evento straordinario che aveva richiesto una spiegazione. La sua mente era intenta a trovare una spiegazione diversa, ma i fatti fondamentali non erano messi in discussione . (Bruce, F.F. "The New Testament Documents: Are They Reliable?" Downers Grove; ILL.: InterVarsity, 1964. pag.113) Giulio Africano commentando dell'oscurità al momento della crocifissione descritta in Luca 23:44-45 descrive la ragione per la quale si discosta dalla spiegazione di Thallos che l'attribuiva ad un'eclissi solare, la ragione per la quale Giulio Africano si discosta da Thallos è che un'eclissi solare non può avvenire nel periodo della luna piena, e il racconto riporta che "era nella stagione della luna piena pasquale che Gesù morì". 2) FLEGONTE di TRALLES Un'altra autorità PAGANA, Flegonte, scrisse un'opera intitolata "Cronache". Sebbene sia andata perduta, Giulio Africano ne ha conservato un frammento in un suo scritto. Come Thallos, anche Flegonte conferma che al momento della crocifissione di Gesù la terra fu avvolta dalle tenebre, e anch'egli spiega il fenomeno come la conseguenza di un'eclissi solare: << Ai tempi di Tiberio Cesare si ebbe un'eclissi solare nel periodo della luna piena.>> (Giulio Africano, 'Chronographiae',18 1). 3) MARA BAR- SERAPION dopo il 70 d.C.; Mara Bar-Serapion, un filosofo siriano e probabilmente stoico, scrisse una lettera dalla prigione a suo figlio, incoraggiandolo a perseguire la saggezza. In questa lettera paragona Gesù ai filosofi Socrate e Pitagora. Scrive: << Quale vantaggio hanno tratto gli ateniesi dal mettere a morte Socrate? La carestia e la peste sono piombate loro addosso come punizione per tale crimine. Quale vantaggio hanno tratto gli uomini di Samon dal mettere al rogo Pitagora? In un attimo la loro terra è stata ricoperta dalla sabbia. Quale vantaggio hanno tratto i giudei dall'esecuzione del loro saggio re? E' stato subito dopo questo evento che il loro regno è stato distrutto. Dio ha vendicato questi tre uomini saggi: gli ateniesi morirono di fame; i samoni furono invasi dal mare; i giudei, rovinati e scacciati dalla propria terra, vivono nella diaspora. Ma Socrate non morì per sempre; egli continuò a vivere nella statua di Era. Nemmeno il re saggio morì per sempre: contunuò a vivere nell'insegnamento che aveva dato. >> ( Bruce, F.F. "The New Testament Documents: Are They Reliable?" Downers Grove; ILL.: Inter Varsity, 1964. pag.114) . 4) GIUSEPPE FLAVIO IL «TESTIMONIUM FLAVIANUM » NELLE "ANTICHITÀ GIUDAICHE" Ma il passo più importante su Gesù di Nazareth l’abbiamo nel cosiddetto “Testimonium Flavianum” (la testimonianza flaviana) al cap. 18,63ss. Questo testo è stato oggetto di discussione negli ultimi decenni, per il fatto che si ipotizza che in realtà il passo è stato interpolato (cioè, vi sono state aggiunte delle espressioni) ad opera di un cristiano dopo la redazione originaria di Giuseppe Flavio. Oggi, sussistono 3 posizioni sull’autenticità del "Testimonium Flavianum": 1) il testo è originale e autentico così come ci è stato tramandato da più fonti. 2) il testo è stato interpolato successivamente da un autore cristiano. 3) il testo è stato rielaborato successivamente da un autore cristiano partendo da un racconto originario di Giuseppe Flavio. Vedremo di seguito queste 3 ipotesi illustrando quali siano gli elementi a favore per ogni posizione, anche se dobbiamo subito dire che tutti gli studiosi affermano all’unanimità che certamente il testo cita Gesù di Nazareth come personaggio storico, e questo a noi basterebbe ai fini dello studio che stiamo facendo, ovvero quello di provare come Gesù sia effettivamente esistito. Infatti, nella peggiore delle ipotesi, Giuseppe Flavio attesta di sicuro le seguenti notizie storiche su Gesù: egli insegnò, fu seguito da molti, venne crocifisso, i credenti in lui continuano ad esserci anche dopo la sua morte. Ma oltre alle 3 posizioni degli storici di cui si diceva prima, vedremo come certi studiosi hanno ricostruito il testo in una forma originaria avversa a Gesù e altri in una forma originaria neutrale nei confronti di Gesù. (Nella riflessione su questo testo seguiremo in linee generali il manuale Theissen – Merz, Il Gesù storico, Queriniana, Brescia 1999. ) Infine, vedremo come una importantissima scoperta degli ultimi decenni sembra aver sciolto definitivamente i nodi sull’autenticità del passo in questione. Intanto vediamo il testo così come è presente in tutti i manoscritti antichi del Testimonium Flavianum, così come ci sono pervenuti. «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.» L’IPOTESI DI AUTENTICITÀ: Sono pochi i sostenitori di questa ipotesi, anche se si tratta di storici di grande importanza come von Ranke e von Harnack. Tranne la parte «apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie» che sembra un’aggiunta successiva di un autore cristiano, il Testimonium Flavianum è sostanzialmente autentico e quindi avrebbe la seguente forma: «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.» A favore di questa ipotesi di autenticità ci sono, in effetti, molte ragioni tra le quali riportiamo le seguenti: 1) Le espressioni « uomo saggio » e « opere straordinarie » sono tipiche di Flavio Giuseppe e difficilmente sarebbero attribuibili ad un cristiano 2) Anche « con piacere accolgono la verità » è tipica di Flavio Giuseppe, mentre non la userebbe un cristiano, in quanto piacere ha un’accezione negativa nel cristianesimo. 3) L’affermazione « convinse molti Giudei e Greci» sembra rispecchiare la realtà proprio di Roma dove viveva Flavio Giuseppe e dove molti giudei e pagani avevano abbracciato la fede in Cristo; mentre non è riconducibile a fonti cristiane. 4) il testo sembra porre l’accento soprattutto sull’esecuzione ad opera di Pilato tipica di chi conosce le condizioni giuridiche della Giudea; mentre un cristiano avrebbe dato la colpa della crocifissione di Gesù soprattutto ai giudei e non al procuratore romano. 5) Il fatto che i cristiani vengano designati come tribù dimostra il tono dispregiativo che un cristiano non avrebbe mai usato, mentre è perfettamente attribuibile a un giudeo come Flavio Giuseppe. L’IPOTESI DELL'INTERPOLAZIONE: Gli studiosi che sostengono che il Testimonium Flavianum abbia subito delle aggiunte, portano come prova i seguenti punti: 1) Il periodo di governo di Ponzio Pilato è presentato da Giuseppe Flavio nelle "Antichità Giudaiche" sempre come una successione di ribellioni, mentre il termine stesso “ribellione” non appare nel testo in oggetto; 2) Il testo non è citato da nessun padre della Chiesa in senso apologetico nei secoli II e III, soprattutto perché non veniva detto, nella redazione originaria, che Gesù « era il Cristo » , ma questa espressione è stata aggiunta in seguito; 3) Le 3 espressioni tipiche di un cristiano e non di un ebreo come lo era Giuseppe Flavio, e quindi frutto di un interpolazione posteriore, sono: «ammesso che lo si possa chiamare uomo», che tradisce una fede nella divinità di Cristo da parte di chi scrive (cosa che non poteva essere per Giuseppe Flavio); «questi era il Cristo», anche questa espressione è chiaramente tipica di chi crede che Gesù è il Cristo, cioè il Messia; « apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie», anche questa è un'affermazione di un cristiano. Mi permetto, però, di obiettare una cosa a queste ragioni sulla NON AUTENTICITÀ. Se probabilmente non vi era la frase «questi era il Cristo», credo che si può pensare che la forma originaria di Giuseppe Flavio poteva essere: «Questi era detto il Cristo» oppure «Questi era creduto il Cristo dai suoi discepoli», e questo perché, come si può vedere, il "Testimonium Flavianum" si conclude con la frase: «continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (che da tutti gli studiosi è considerata autentica); inoltre anche nel passo di "Antichità Giudaiche" cap. 20, 199-203 Flavio Giuseppe dice di Gesù «che é detto il Cristo» e inoltre non credo che lo storico ebreo abbia avuto difficoltà a capire che dal momento che i suoi seguaci erano chiamati cristiani, egli sicuramente «era detto il Cristo». L'IPOTESI DELLA RIELABORAZIONE: È un’ipotesi che cerca di trovare una via di mezzo tra l’interpolazione e l’autenticità del Testamentum, sostenuta soprattutto da J.P. Meier alla luce anche di alcune scoperte che si sono fatte recentemente. Secondo questa posizione, il Testamentum che ci è stato tramandato è il risultato di una rielaborazione fatta a partire dal racconto originario di Giuseppe che ha apportato poche modifiche. Secondo questo studioso, il testo originale uscito dalla penna dello storico ebreo doveva essere il seguente: «In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere ricevono la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannò alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino ad oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere» Una recente scoperta getta luce sul testo originale del Testamentum Flavium. Nel 1972 Shlomo Pinès, (1908 – 1990), professore all’Università di Gerusalemme, sostenne che il Testamentum Flavianum è sostanzialmente autentico proprio nella versione in cui l’abbiamo conosciuto dalle fonti antiche, e che ci sono state soltanto delle piccole variazioni. Pinès si basa su un testo in arabo del Testamentum che si ritrova nella "Kitab Al-Unwan" (Storia universale), un’opera di Agapio di Ierapoli (Siria) del X sec., vescovo e storico cristiano, che riporta il passo delle Antichità Giudaiche nella seguente forma: << Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: "In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie" >>. Questo testo sembra aver messo tutti d’accordo circa la forma originaria, in quanto, sebbene riportato da un vescovo cristiano, non appare modificato o rielaborato secondo una prospettiva cristiana, ma può benissimo essere stato scritto dallo stesso Flavio Giuseppe, o comunque, se non è proprio la versione originale, almeno appare molto vicina ad essa. Se il vescovo lo avesse modificato non avrebbe sminuito la figura di Gesù con l’espressione del tipo “ egli forse era il Messia”. In questa versione appare chiaro come Giuseppe Flavio riporta le qualità di Gesù non come sue affermazioni, ma come veniva definito e riportato da altri (i discepoli di Gesù). Attribuisce la resurrezione di Gesù non come a una propria fede, ma a ciò che raccontavano, appunto, i suoi discepoli. CONCLUSIONE SU GIUSEPPE FLAVIO. In breve, per concludere, come abbiamo precedentemente scritto, quello che a noi interessa non è tanto se Giuseppe Flavio credeva o meno alla messianicità o alla divinità di Gesù, e se egli era divenuto cristiano o meno, ma ai fini di dimostrare la storicità di Gesù constatiamo che certamente Giuseppe parla di Gesù come un personaggio storico realmente esistito così come Pilato, Giacomo, Giovanni Battista. PLINIO IL GIOVANE Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Giovane, (61-113 d.C.), nipote di Plinio il Vecchio (zio materno) nel 111 fu nominato dall’imperatore Traiano legatus in Bitinia. L'opera nella quale parla di Cristo è la raccolta di 10 Epistole. È nella decima Epistola (X,96), inviata all’imperatore Traiano, che Plinio chiede direttive su come comportarsi con i Cristiani. Scrupoloso e devoto com’era verso Traiano, gli chiese consigli sul da farsi e gli sottopose una serie di questioni, dinanzi alle quali il principe dovette forse anche provare un certo fastidio. Ecco il testo della Epistola X che Plinio scrive all’imperatore: << Ho per massima, o signore, di riferirti le cose tutte delle quali sono dubbioso. Poiché chi può meglio guidarmi nel dubbio o illuminare la mia ignoranza? Io non ho mai preso parte a processi contro i Cristiani, e perciò ignoro quale colpa e sin dove si soglia punire o inquisire. Sono rimasto non poco esitante se bisognasse avere riguardo dell’età degli accusati, o nessuna differenza bisognasse fare tra i giovinetti e adulti; se si debba dare il perdono alla ritrattazione, o se, a chi è stato sicuramente Cristiano, nulla giovi l’aver cessato di essere Cristiano; se meriti punizione la sola professione di fede cristiana, anche se manchino i delitti oppure i delitti inerenti a quella professione. Intanto così mi sono regolato con quelli, che mi venivano denunziati come Cristiani. Ai confessi feci due o tre volte la stessa domanda, sotto la minaccia della pena capitale: e ho mandato a morte gli ostinati. Poiché io non dubitavo, quale che fosse quel che confessavano, doversi certo punire una caparbietà ed una ostinazione inflessibile. Altri folli, poiché erano cittadini romani, li ho annotati perché siano rinviati a Roma. Quindi, come suol succedere, per il fatto stesso che si era iniziato un procedimento giudiziario, cresciute le accuse, occorsero parecchi altri casi. Mi fu messa innanzi una denuncia anonima, contenente molti nomi. Quelli che negavano di essere o di essere stati Cristiani, dopo che sulla formula da me pronunciata invocarono gli dèi e tributarono incenso e vino alla tua immagine che per tal prova avevo fatto recare coi simulacri dei nomi, ed inoltre maledissero Cristo, a nessuno dei quali atti si dice possano essere costretti quelli che sono veramente Cristiani, mi parve di doverli assolvere. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere Cristiani, e poi lo negarono; lo erano, sì, stati, dicevano, ma non lo erano più, chi da tre, chi da molti, e chi finanche da venti anni. Anche questi venerarono la tua immagine e i simulacri dei numi, e maledissero Cristo. Affermavano poi che la loro colpa o il loro errore consisteva nella consuetudine di adunarsi in un giorno stabilito prima del levarsi del sole, e cantare tra loro a cori alternati un canto in onore di Cristo, come a un dio, e di obbligarsi con giuramento non a compiere male azioni, ma a non rubare, a non ammazzare, a non commettere adulteri, a non tradire la parola data, a non rifiutare se richiesti di restituire il deposito; compiuto questo rito, era loro costume di sciogliersi, poi di adunarsi ancora ad un banchetto, comune ed innocuo, e che anche ciò avevano smesso di fare dopo il mio editto, con il quale, secondo i tuoi ordini, avevo vietato i sodalizi. Per cui mi parve ben necessario di accertarmi della verità interrogando due schiave addette al culto cristiano, anche mediante la tortura. Ma trovai solo stramba e smodata superstizione; e, perciò, sospesa l’inchiesta, decisi di consultarti. Mi parve degna di interpellanza la cosa, soprattutto pel gran numero di accusati. Chè in ogni età, in ogni classe, ed anche in ambo i sessi vi sono molti citati, o che possono essere citati in giudizio. Non solo per le città, ma per le borgate e le campagne si è diffuso il contagio di codesta superstizione; la quale pare si possa fermare e correggere. E certo si vede bene che hanno ricominciato ad essere frequentati i templi già quasi deserti, a essere riprese le solennità sacre da gran tempo interrotte, e a vendersi il pasto delle vittime, che non trovava quasi più compratori. Dal che è facile prevedere quanta gente si può far ravvedere, se è dato campo al pentimento >>. Ed ecco la risposta di Traiano: brevi ma precise istruzioni, che lasciano trasparire la chiara volontà del principe e la preoccupazione per la dignità del suo regno. Non è da escludere un atteggiamento, per dir così, sbrigativo e liquidatorio di Traiano nei confronti della meticolosa scrupolosità di Plinio: << Traiano saluta Plinio. Ti sei comportato come dovevi, o mio Secondo, nell’istituire i processi di coloro che ti furono denunziati come Cristiani. Non è possibile infatti stabilire una norma generale e, per così dire, con un principio fisso. Non è necessario andarli a cercare; quando vengano denunziati e confessino, siano puniti; resti fermo tuttavia che chi neghi d’esser cristiano e lo provi con i fatti, adorando cioè i nostri dèi, ottenga per tal abiura il perdono, anche se per l’addietro fosse sospettato. Quanto poi alle denunce anonime, esse non devono avere alcun peso per nessuna accusa. Giacchè ciò è di pessimo esempio e d indegno dei nostri tempi >>. (SEGUE) (PROSEGUE) TACITO P. Cornelio Tacito fu uno dei più grandi storici della Roma antica. Scrisse infatti due opere a carattere storico: Historiae (105-110 d.C.) e Annales (116-117 d.C.). In quest’ultima, tratta del periodo che va da Augusto (14 d.C.) fino a Nerone (68 d.C.) Nell’analizzare l’operato dell’imperatore Nerone fu molto critico verso di lui, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo periodo del suo regno. Parlando della sua folle condotta come imperatore spietato, Tacito parla anche della persecuzione verso i cristiani (Annales 15,44,2-5). Tra le altre cose, Tacito non esita ad attribuire a Nerone la colpa di aver incendiato Roma il 16 luglio del 64 d.C. , dicendo espressamente che fu ordinato di dare fuoco alla città (Annales 15,38). E qui che Tacito parla dei Cristiani e di Cristo. Infatti, Nerone incolpò proprio la ‘setta’ dei Cristiani per fugare le voci che invece lo accusavo come il vero colpevole dell’incendio dell’Urbe. Dicono gli Annales (15,44) di Tacito che Nerone “si inventò dei colpevoli e colpì con supplizi raffinatissimi coloro che il popolo, odiandoli per i loro delitti, chiamavano Crestiani. Prendevano il loro nome da Cristo, che sotto l’imperatore Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente soffocata, questa rovinosa superstizione si diffondeva di nuovo, non solo per la Giudea, origine di quel flagello, ma anche per Roma, dove da ogni parte confluiscono e trovano seguaci ogni sorta di atrocità e cose vergognose. Perciò, inizialmente vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una grande moltitudine, non tanto per l’accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo”. Come appare chiaro nella prima parte di questo brano (in maiuscoletto) Tacito conferma alcune informazioni precise sulla vita di Gesù e sui Cristiani. Infatti, Tacito è al corrente che Cristo fu giustiziato sotto Ponzio Pilato, al tempo dell’imperatore Tiberio e che il movimento dei Cristiani, originatosi in Giudea, prende nome proprio da Cristo. Riferendosi a Cristo, si vede come Tacito non riporta espressioni quali “ si dice, come si sa”, ma evidentemente attinge da fonti storiche ben precise. SVETONIO Caio Svetonio Tranquillo (70-126 d.C.), proveniente dall’ordine equestre, ebbe come mecenate Plinio il Giovane che gli diede accesso a tutti gli archivi e ricoprì alte cariche ufficiali. Scrisse le biografie degli imperatori (De Vita Caesarum), in otto volumi, pubblicate tra gli anni 117 e 122. Il primo riferimento a Cristo che abbiamo nelle opere di Svetonio è la seguente tratta dalla Vita di Claudio (23,4) , a proposito dell’editto di Claudio sui Giudei di Roma: “Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine”. Questa espulsione avvenne probabilmente nel 49 d.C. ed è confermata perfettamente anche dagli Atti degli Apostoli (18:2): “Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla, in seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. “ E’ da notare come Svetonio usa l’appellativo ‘Cresto’ intendendo il termine greco ‘Christòs’ (=Messia); infatti, anche Tacito chiama i seguaci di Gesù con il nome di cristiani (vedi anche Tertulliano, Apolog., 3 ). Svetonio parlerà ancora dei cristiani nella Vita di Nerone scrivendo che l’imperatore “Sottopose a supplizi i Cristiani, una razza di uomini di una superstizione nuova e malefica” (16,2) ADRIANO Publio Adriano fu imperatore dal 117 al 138 d.C. Dopo Tiberio, possiamo dire che fu il primo imperatore clemente nei confronti dei cristiani, come si può vedere da una lettera di risposta a Minucio Fundano, proconsole d'Asia, e che ci è pervenuta in greco sia attraverso Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, IV, 9) che tramite Giustino (I Apol. 68 ). In questa lettera, Adriano stabilisce che la sola prova di appartenere al gruppo dei cristiani non costituiva più, d'ora innanzi, elemento di reato per cui eseguire una condanna. Inoltre, l'imperatore decideva che dovevano essere gli accusatori dei cristiani a provare le presunte accuse contro di essi, e se non riuscivano a provare la fondatezza delle proprie accuse potevano incorrere in gravissime pene: << Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. E’ infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno vuole formalizzare un’accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo >>. C'è anche da segnalare che, secondo la biografia di Alessandro Severo (S.H.A., Sev. Alex., 29,2), Adriano avrebbe pensato alla collocazione di una statua di Cristo nel Pantheon di Roma. In una successiva lettera del 133 d.C. al console Serviano sono citati Cristo e i Cristiani. SEGUE) (PROSEGUE TRIFONE giudeo e GIUSTINO Intorno al 150 d.C., il palestinese martire cristiano Giustino, scrive un'opera dal titolo "Dialogo con il giudeo Trifone", accusando i dottori giudei di diffondere dovunque calunnie e bestemmie su Gesù. In questo suo scritto egli sostiene un dialogo con l'ebreo Trifone, volendo convincere l'interlocutore sull'importanza della fede cristiana e di come essa sia la prosecuzione della religione ebraica e il suo completamento. Nel Dialogo è riportato il seguente detto su Gesù che circolava ai tempi di Giustino negli ambienti giudei, e che dimostra come gli ebrei sapevano dell'esistenza di Gesù, della sua crocifissione, e di come i suoi discepoli "avrebbero costruito" la storia della risurrezione: "E’ sorta un’eresia senza Dio e senza Legge da un certo Gesù, impostore Galileo; dopo che noi lo avevamo crocifisso, i suoi discepoli l'avevano sottratto di notte dal sepolcro dove era stato deposto una volta schiodato dalla croce e ora andavano ingannando gli uomini affermando che era ridestato dai morti ed era salito al cielo»” (Dialogo con Trifone, 108,1) CELSO Celso, filosofo del II secolo d.C. , scrisse un’opera contro i Cristiani dal titolo "Discorso veritiero". Non ci è pervenuta quest’opera, ma sappiamo della sua esistenza e conosciamo alcune sue parti grazie al testo di Origene Contra Celsum , scritto intorno nel 248 d.C., dove lo scrittore cristiano confuta le argomentazioni di Celso. Celso riporta i seguenti giudizi che attinse dai pregiudizi giudei contro i cristiani e contro Gesù Cristo. “Essendo la sua famiglia povera, Gesù fu mandato in Egitto a cercare lavoro; e quando arrivò lì, egli acquisì certi poteri magici che gli egizi si vantavano di possedere; quindi ritornato fiero per i poteri che acquisì, per tali poteri si proclamò Dio da se stesso. “ (Contra Celsum, I, 32) “Gesù si circondò di 10 o 11 uomini scellerati, i peggiori dei pubblicani e dei pescatori; e con questi se ne andava di qua e di là, in modo vergognoso e meschinamente raccoglieva provviste” (Contra Celsum, I,62) Riportiamo il commento all’opera di Celso che ne fa Giuseppe Ricciotti nella sua Vita di Gesù Cristo (par. 195). Celso, poco prima del 180, pubblicò il suo Discorso veritiero, con cui assale in minor parte Gesù e in maggior parte i cristiani. Egli tiene a far rilevare che in precedenza si è informato bene del suo argomento, giacché ripete fiduciosamente rivolto ai cristiani: “Io so tutto (sul conto vostro)!”; ha infatti letto i vangeli, e li cita nel suo discorso attribuendoli regolarmente ai discepoli di Gesù. Ciò nonostante egli accetta dai vangeli solo i fatti che corrispondono alle sue mire polemiche, quali le debolezze della natura umana di Gesù, il lamento della sua agonia, la sua morte in croce, ecc., che sarebbero a parer suo tutte cose indecorose per un Dio: invece sostituisce gli altri dati biografici con le sconce calunnie anticristiane messe in giro già allora dai Giudei; spesso poi altera l'indole dei fatti, talvolta deforma anche le parole delle citazioni, e in genere sparge a piene mani il ridicolo sull'odiato argomento con un metodo che anticipa sotto vari aspetti quello di Voltaire. Ma queste ragioni storiche sono, in realtà, solo sussidiarie, e il vero argomento fondamentale è filosofico: Celso, che mira a rinsaldare l'unità politica dell'Impero romano di fronte alla minaccia dei Barbari, giudica indiscutibilmente assurda l'idea di un Dio fattosi uomo, e quindi erronea la storia evangelica; perciò i cristiani, se vorranno essere ragionevoli, dovranno abbandonare tali assurdità e ritornare ai tradizionali dei dell'Impero. Porfirio, il discepolo del neoplatonico Plotino, è molto più sodo di Celso. Nei suoi 15 libri Contro i cristiani, apparsi sullo scorcio del secolo III, egli conserva un tono più moderato (a quanto possiamo raccogliere dai frammenti), e si dà tutto a rilevare le contraddizioni o inverosimiglianze storiche ch'egli trova nei vangeli; ma anche qui, come in Celso, l'obiezione più forte è sollevata in nome dei principii filosofici: “Può patire un Dio? Può risuscitare un morto?”. La risposta negativa che evidentemente bisogna dare a tali domande, secondo Porfirio, decide anche di tutta la questione; qualunque interpretazione dei racconti evangelici sarà preferibile a quella che ammetta il patimento di un Dio o la resurrezione di un morto. Quando l'impero diventò ufficialmente cristiano, non solo non comparvero più nuovi scritti contro l'autorità storica dei vangeli, ma disparvero anche quelli già pubblicati: ad esempio, i libri di Porfino Contro i cristiani. furono ufficialmente proscritti per decreto della corte di Bisanzio nel 448. Seguitarono tuttavia a circolare, scritte in ebraico o trasmesse oralmente, le sconce calunnie giudaiche di cui già si era servito Celso, e che più tardi confluirono nel libello Toledòth Jeshua. IL SILENZIO DI ALCUNE FONTI STORICHE NON CRISTIANE . Tratto da: Theissen-Mertz, Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia 1999, pg. 123-124. Obiezione : Le fonti non cristiane tacciono in ampia misura su Gesù. Anche là dove potremmo aspettarci informazioni su d lui, di fatto non ne troviamo Filone di Alessandria (+ 42/50 d.C.), contemporaneo di Gesù, parla di Pilato dicendo: «A questo riguardo si potrebbe parlare della sua corruttibiità, della sua violenza, dei suoi furti, maltrattamenti, offese, delle esecuzioni capitali da lui decise senza processo, nonché della sua ferocia incessante e insopportabile» (LegGai 302). Su Gesù, non una parola. Giusto di Tiberiade, contemporaneo di Flavio Giuseppe, scrisse una "Cronaca" dei re giudei e una "Storia della guerra giudaica". Secondo la notizia fornitaci da Fozio di Costantinopoli (820-886 d.C. circa), che conosceva l'opera oggi andata perduta, nemmeno questo autore menzionava Gesù (Photius cod.13). CONTROARGOMENTI : Le fonti antiche tacciono su molti personaggi sulla cui storicità non si nutrono dubbi Giovanni il Battista è menzionato da Flavio Giuseppe (Ant. 18,116-119) e dai testi mandei, ma nonda Filone, da Paolo e dagli scritti rabbinici. Paolo di Tarso è attestato da lettere autentiche, ma di lui non fanno menzione né Flavio Giuseppe, né altri autori non cristiani. Il Maestro di Giustizia è noto soltanto dagli scritti di Qumran, mentre negli antichi resoconti tramandatici sugli Esseni mancano notizie su di lui (cfr. Flavio Giuseppe, Filone, Plinio il Vecchio). Rabbi Hillel, il fondatore della famosa tradizione scolastica degli Hilleliti, non è mai menzionato da Flavio Giuseppe, benchè questi si dica seguace del fariseismo. Bar Kochba, il capo messianico della rivolta giudaica contro i Romani negli anni 132-135 d.C., nel racconto di Dione Cassio su questa stessa rivolta è passato del tutto sotto silenzio. (SEGUE) (PROSEGUE) Le menzioni di Gesù presso gli storici antichi dissipano ogni dubbio sulla sua storicità. Le informazioni su Gesù in scrittori ebrei e pagani - in particolare quelle che troviamo in Flavio Giuseppe, nella lettera di Sarapion e in Tacito - , mostrano che nell'antichità la storicità di Gesù era data per scontata, e a ragione, come si evince da due osservazioni sulle fonti menzionate: > le informazioni su Gesù sono tra loro indipendenti. Tre scrittori appartenenti ad ambienti diversi elaborano, indipendentemente, l'uno dall'altro, notizie su Gesù : un ebreo aristocratico che è storico di professione (Giuseppe Flavio), un filosofo siriano (Mara Bar-Serapion), un uomo di Stato e storiografo romano (Tacito); > tutti e tre sono al corrente dell'esecuzione di Gesù, ma in maniera diversa: Tacito dichiara responsabile di essa Ponzio Pilato, Mara bar Sarapion il popolo giudaico. Giuseppe Flavio nel famoso passaggio nominato "il Testimonium Flavianum" (verosimilmente) l'aristocrazia giudaica in collaborazione con il governatore romano. L'esecuzione era scandalosa per qualsivoglia forma di venerazione di Gesù. In quanto skàndalon (cfr. 1 Cor 1:18ss), non poteva certo essere inventata. CRITERI LETTERARI DI STORICITA' DEI VANGELI di: Redazione - gesustorico.it L’attività critica nei confronti dei vangeli si è sviluppata nel corso dei secoli a partire dall’epoca moderna fino ai nostri giorni. Essa ha conosciuto 3 fasi: La prima ricerca è risalente al tentativo della scuola liberale della Leben Jesu Forschung di ricostruire una biografia di Gesù basandosi sulle fonti di Marco e Quelle (la cosiddetta fonte Q). La nuova ricerca è stata invece iniziata da Kaseman che, in reazione al suo maestro R. Bultmann, sostenne la validità storica dei vangeli e la necessità di fondare la fede cristiana su tale base storica. La cosiddetta terza ricerca è scaturita da un cambiamento del livello su cui si ponevano le due ricerche precedenti. Si passa infatti dallo studio delle forme letterarie e di redazione, allo studio sull’autenticità storica dei vangeli mettendo a punto, a tal proposito, deicriteri di verificabilità storica degli scritti evangelici. Certo, come in tutte le ricerche su un argomento, nel nostro caso i vangeli nella loro attendibilità storica, bisogna ammettere che c’è sempre una posizione e un punto di vista di partenza soggettivo che riguarda colui che compie la ricerca: lo storico. Infatti, se non si è il più possibile oggettivi e “neutri” nell’operare, si rischia di trarre dalla propria ricerca dei risultati che nel nostro caso specifico ci danno un’immagine di Gesù ora politica, ora idealista, ora troppo a carattere sociale, etc. Analizziamo, dunque, i criteri di attendibilità storica messi a punto dalla “terza ricerca” su Gesù di Nazareth. 1) Criterio di discontinuità. Un importante e valida prova della storicità dei vangeli e dell’esistenza di Gesù è data dalla discontinuità che egli ha dimostrato nei confronti dell’ambiente giudaico nel quale ha vissuto. La sua posizione, ad esempio, nei confronti del legalismo giudaico per l’osservanza della legge; la nuova immagine che dà di Dio chiamandolo Abbà (Padre); la sua predilezione per i deboli e i poveri considerati, nella mentalità comune del tempo, maledetti ed abbandonati da Dio; etc. sono tutti elementi che contrastano con la mentalità del suo ambiente così rigorosamente posto sotto degli schemi e delle prescrizioni inattaccabili e considerate sacre. E se dunque Gesù è stato portatore e fondatore di un nuovo modo di vivere la fede ed ha operato con tale autorità nel dare la Nuova Legge, possiamo a ragione credere che questi sono elementi molto sicuri della sua effettiva esistenza storica. 2) Criterio di conformità Un altro criterio che attesta la storicità di Gesù è quello che ci offre l’immagine di Gesù come un uomo che ha parlato il linguaggio del suo tempo, che appare inserito nel suo ambiente, che è innanzitutto un giudeo, che mostra dei tratti storici che lo contraddistinguono e che sono riconducibili alla sua epoca. Questo criterio, che ci da la validità storica di Gesù poiché egli ci appare una persona che ha vissuto nel suo tempo, è da usare accanto al primo criterio, quello di discontinuità, per controbilanciare quest’ultimo nel momento in cui ci da un Gesù troppo estraneo e quasi fuori dal suo tempo, inserendolo giustamente nelcontesto storico cui Gesù è appartenuto, senza comunque sottovalutare la notevole novità è superiorità di Gesù rispetto al suo tempo. 3) Criterio dell’imbarazzo Tale criterio riguarda la Chiesa primitiva e soprattutto gli apostoli e i discepoli che per primi hanno annunciato la sua resurrezione. Infatti, avrebbe creato senz’altro un grande imbarazzo alla Chiesa farsi portavoce soltanto di un mito come quello della resurrezione e dell’esistenza straordinaria di Gesù, se questi fatti non fossero veramente accaduti. Perché un gruppo di persone avrebbe inventato una storia così fantastica e scandalosa per quei tempi tanto da rischiare la persecuzione e la morte come è effettivamente stato? Le conseguenze drammatiche a cui portò l’annuncio di Gesù morto e risorto da parte della Chiesa erano ben accette dai primi cristiani poiché essi stessi erano stati in realtà testimoni di un fatto inaudito e sconvolgete come quello dell’evento di Gesù, per cui valeva la pena senz’altro di incorrere nel pericolo della persecuzione e del martirio. 4) Criterio dell’attestazione multipla Questo criterio tiene conto dei vangeli considerandoli contemporaneamente. È vero un fatto quando è riportato da più fonti, nel nostro caso i Vangeli. Fatti uguali sono riscontrabili nei vangeli ma nonostante tali fatti sono narrati con diversità dall’uno all'altro vangelo, la presenza contemporanea e tale diversità insieme sono evidente prova di autenticità storica del fatto. Le differenze che possiamo notare nella narrazione di un fatto attestato nei vari vangeli è da ricollegare alla personalità del redattore, alle su caratteristiche redazionali e letterarie, alla sua cultura, nonché alla sua intenzione teologica. ------------------------------------------------------------------------------ STUDIO BIBLICO https://sites.google.com/site/gesunellastoria/home/alcune-prove-storiche-sull-esistenza-di-gesu

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CULTURA
1 aprile 2010
PATRISTICA: TEOLOGIA-PRE-NICENE
LE CONTROVERSIE TEOLOGICHE PRE-NICENE,  MONARCHIANESIMO, ADOZIONISMO, MODALISMO

 
Monarchianesimo.

La questione di fondo: come la fede nella divinità del Cristo Figlio di Dio potesse conciliarsi con la certezza dellunità del Dio unico.

Gli apologisti risposero elaborando la teologia del Lògos: il Lògos in origine è la ragione stessa del Padre che tutto regola e ordina (influsso della filosofia stoica), ma in vista della creazione sarebbe stato emesso o generato dallinterno del Padre in modo da costituire una persona ipostaticamente distinta dalla persona di Dio Padre. Tale concezione subordinava il Figlio al Padre in quanto ammetteva non una piena eternità della sua sussistenza personale, presentando la sua generazione non ab eterno ma come un atto temporale e libero da parte del Padre.

La posizione degli apologisti non intaccò però il patrimonio della fede. Il pericolo si originò qualora si dovette insistere troppo sullunità di Dio. Alcuni incominciarono a vedere in Gesù il Padre stesso, attribuendo ad ununica persona divina modi diversi di rivelarsi. Di conseguenza veniva ad essere sacrificata la divinità del Figlio e la sua distinzione personale dal Padre. I sostenitori di questa eresia presero il nome di monarchiani: «Monarchiam tenemus». La lotta contro questi fu sostenuta principalmente dalla Chiesa di Roma.

I monarchiani si dividono in due categorie, a seconda del loro modo di presentare la monarchia assoluta di Dio: monarchiani dinamici o ebioniti o adozionisti e monarchiani modalisti o patripassiani.

I monarchiani dinamici emergono, in un primo momento, prevalentemente in ambito giudeo-cristiano (basti pensare agli ebioniti). Nella seconda metà del III secolo, lesponente più illustre fu Paolo di Samosata († ca. 275), lodierna Samsat, a nord di Edessa, viceré e cortigiano della regina di Palmira, Zenobia, e contemporaneamente vescovo di Antiochia. Egli vedeva Gesù come un puro uomo, nato dalla Vergine Maria. In lui avrebbe dimorato “come in un tempio” il Lògos impersonale di Dio, cioè la sua sapienza, che ugualmente aveva operato, ma in maniera minore, anche nei profeti. Lunione del Redentore con il Padre è intesa non come ununione di natura ma solo come ununione di volontà, quindi ununione morale. Fu condannato da un concilio regionale che si riunì ad Antiochia nel 268 e convinto di eresia dal presbitero Malchione.
Suo discepolo fu Luciano di Antiochia (†312) il quale è il fondatore della Scuola esegetica di Antiochia. Questi parlava del Lògos in senso strettamente subordinazionistico. Alla scuola di Luciano si formò il presbitero alessandrino Ario (†336), che tanto influsso ebbe in seguito.

Tra i monarchiani modalisti-patripassiani possiamo annoverare: Noeto di Smirne (condannato da un sinodo asiatico nel 190). Egli insegnava che, «se Cristo è Dio – come ammetteva la fede cristiana – allora deve essere identico al Padre, altrimenti non potrebbe essere Dio». Ne deriva che se Cristo ha sofferto, anche il Padre ha sofferto, perché nella Divinità non può esservi alcuna divisione.
Le basi scritturistiche dei suoi seguaci erano, ad esempio Es. 3,6 e 20,3 e Is. 44,6 che rivelano lunità di Dio, Is. 45,14ss e Bar. 3,36-38, che suggeriscono lidea del Dio unico presente in Gesù Cristo, Giov. 10,30 e 14,8-10 e Rm. 9,5 che sembravano alludere allidentità del Padre e del Figlio. Di conseguenza il patripassianesimo – cioè lidea che fu il Padre a soffrire e a subire le altre esperienze umane di Cristo – era un corollario allimpostazione monarchiana modalista che Noeto aveva dato alla sua teologia e forse, sotto questo punto di vista, era accettato abbastanza volentieri(1).
(1: Cfr. J.N.D. KELLY, Il pensiero cristiano delle origini, Bologna 1984, 150. )

Discepoli di Noeto furono Epigono (che introdusse la dottrina del suo maestro a Roma al tempo del pontificato di Zeffirino, 198-217) e Prassea (personaggio oscuro che introdusse la dottrina di Noeto prima a Roma e poi a Cartagine dove si trovò osteggiato da Tertulliano tanto che lo costrinse a ritrattare).

Discepolo di Epigono fu Sabellio. Questultimo perfezionò le concezioni modaliste dei suoi maestri conferendo a tale dottrina una forma più sistematica e filosofica. Giunto a Roma verso la fine del pontificato di Zefirino, trovò in Ippolito il suo acerrimo avversario. Assecondato inizialmente da Callisto (217-222), fu alla fine da questi scomunicato. In sintesi, egli prendendo spunto dallanalogia del sole (un solo oggetto che irradia sia la luce che il calore), strutturò il suo sistema sostenendo che «lunica Divinità, considerata come creatore e legislatore, era il Padre; per compiere la redenzione Dio si proiettò come un raggio di sole e poi si ritirò (il Figlio); in seguito Dio stesso agì come spirito per infondere e per donare la grazia (lo Spirito Santo)»(2).  (2:Cfr. KELLY, Il pensiero cristiano, 152.)

Schema cristologie

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Lo gnosticismo

Domandiamoci innanzitutto che cosa è lo gnosticismo.
Il Dizionario patristico e di antichità cristiane alla voce Gnosi - Gnosticismo così recita: «Con gnosi in generale la moderna ricerca intende una particolare forma di conoscenza che ha per oggetto i misteri divini ed è riservata a un gruppo di eletti; in questa veste essa è rintracciabile in correnti religiose e filosofiche diverse e disseminate nel tempo e nello spazio. Da questa forma di gnosi va distinta, per modalità, oggetto, scopi, la gnosi dello gnosticismo, un movimento religioso sorto nel I sec. d. C., ma che noi conosciamo, attraverso unampia documentazione diretta [per esempio dai dodici codici – per un totale di 52 trattati – ritrovati nella biblioteca rinvenuta nei pressi di Nag Hammadi, lantica Chenoboskion, nel medio Egitto] e indiretta [per esempio da quanto dei sistemi gnostici riferiscono gli eresiologi coevi], soprattutto nel suo periodo di fioritura nel corso del II sec. d. C. La gnosi dello gnosticismo è una forma di conoscenza religiosa che ha per oggetto la vera realtà spirituale delluomo, trasmessa da un rivelatore-salvatore e garantita da una particolare tradizione esoterica, essa è in grado di per sé di salvare chi la riceve, in genere la didaskalia o istruzione gnostica, con cui ladepto viene iniziato, si fonda sulla trasmissione di un racconto mitico, che ha lo scopo di rispondere agli interrogativi esistenziali propri di ogni gnostico: «chi siamo, che cosa siamo diventati; dove siamo, dove siamo stati precipitati; dove tendiamo, donde siamo purificati; che cosa è la generazione, che cosa è la rigenerazione» [come riferisce Clemente di Alessandria estraendo queste affermazioni contenute negli scritti di Teodoto].
Le origini storiche di questo complesso movimento costituiscono a tuttoggi un problema irrisolto. Le radici psicologiche e le motivazioni religiose vanno invece con tutta probabilità ricercate in una situazione di angoscia esistenziale (la paura delluomo di fronte al dilemma della morte!) – tipica di molti autori e correnti, pagane come cristiane, dei primi due secoli d. C., ma che nello gnosticismo pare raggiungere particolare intensità, fino a dar luogo ad una originale risposta religiosa che scaturisce da un sentimento di estraneità, di alienazione nei confronti del cosmo. Per lo gnostico, gli inferi non si trovano più al di sotto o ai margini del mondo, hanno invaso il mondo, sono il mondo. Lo gnostico, in quanto possessore dellelemento spirituale, pneumatico, rifiuta e condanna totalmente questo mondo con i suoi signori che lo tengono prigioniero (anticosmismo), perché si sa ad esso straniero: la sua patria è il pleroma o il mondo della pienezza divina (acosmismo)».

Dal punto di vista delle origini storiche, mi limito a dire che lo gnosticismo come tale rappresenta un fenomeno di evoluzione sincretistica della gnosi giudaica e giudeo-cristiana. Si formarono dei raggruppamenti settari separati, ma che conservavano in comune con il giudaismo post-biblico lineamenti fondamentali della tarda apocalittica e losservanza della Legge. In questo contesto non sembra strano che tali gruppi assumessero anche alcuni contenuti cristiani. Ciò comportò la loro ulteriore caratterizzazione sia nei confronti del giudeo-cristianesimo ufficiale. Pertanto essi si distinguevano da questultimo per la loro dottrina cristologica e per losservanza della Legge mosaica.

Sembra che lorigine di questi gruppi sia da ricollegarsi allo scisma originatosi tra i giudeo-cristiani moderati e tra coloro che tendessero ad imporre losservanza della Legge come necessaria alla salvezza. Ad un tale distacco si giunse probabilmente poco dopo la morte di Giacomo il fratello del Signore, quando il gruppo giudaizzante estremista cercò dimporre il proprio candidato Thebutis contro Simeone, il successore di Giacomo regolarmente eletto. La trasmigrazione dei giudeo-cristiani ortodossi nel territorio del Giordano (a Pella) e il loro conseguente sparpagliamento anche nella Celesiria (Coelesyria cioè la Siria Concava: lattuale vale del La Bekaa che si trova tra Libano e Siria), ciò che comportò il loro indebolimento rendendoli più esposti aglinflussi del settarismo giudaico.

Si è dellidea che tale ambiente giudaico eterodosso sia il terreno originale da cui si è poi sviluppato lo gnosticismo propriamente detto. I passaggi di questo sviluppo sarebbero i seguenti: lallontanamento da parte della Chiesa da parte di Simone il Mago (= Simone il Samaritano cfr. At 8,1-10.18-25), il quale fonda un proprio gruppo, i Simonianinon ancora del tutto gnostici, dai quali poi si svilupperà lo gnosticismo attraverso la formazione di molteplici gruppi settari che si formarono nella seconda metà del I sec., soprattutto dopo la caduta di Gerusalemme. (3),
(3: I punti salienti della dottrina simoniana sono: Simone era considerato come il sommo Dio ed Elena, una prostituta che aveva riscattata da un bordello di Tiro, ne era il Pensiero (Ennoia) scaturito dalla sua mente. Elena aveva creato le potenze intermedie (angeli ed arcangeli) che a loro volta avevano creato il mondo. Invidiose e gelose, queste avevano poi rinchiuso Elena in un corpo umano costringendola a trasmigrare da un corpo all?altro. Simone, per liberare Elena e tutti gli uomini dal potere delle potenze intermedie, discese sulla terra dandosi a conoscere, come Figlio in Giudea, come Padre in Samaria e come Spirito santo nelle altre regioni. La salvezza si consegue mediante la fede nel potere liberatorio di Simone. – Desunto da voce Simone Mago – Simoniani, in Dizionario patristico e di antichità cristiane, II, col. 3209.) 

Ma prima di passare a trattare propriamente dello gnosticismo mi soffermo brevemente a delineare per sommi capi la dottrina cristologica di alcuni gruppi eterodossi

Ebioniti. Il termine viene dalla parola ebraica ebion (= povero) e si riferisce a diverse sette giudeo-cristiane del II sec. dalle caratteristiche comuni. Esse considerano Gesù solo un semplice uomo, sebbene lo riconoscano come il Cristo, non accoglievano le lettere di Paolo e seguivano usi e costumi giudaici. Gli elementi gnostici del loro credo si ravvisano in un certo esoterismo (metempsicosi?) e nel condividere la concezione esseniana dell?opposizione tra i due principi del bene e del male.

Cerentiani. Sono i seguaci di Cerinto. La sua dottrina cristologica è impastata di adozionismo, (4) (4: Di per sé la concezione adozionista di Cerinto è ancora molto imperfetta. Ladozionismo appare nel suo più completo sviluppo alla fine del II sec. Esso si ricollegava alla concezione monarchiana. Pertanto gli adozionisti facevano di Cristo un mero uomo, adottato a Figlio di Dio per i suoi meriti. Tale dottrina si perfezionò appunto con Teodoto di Bisanzio detto il Cuoiaio. Egli diffuse questa dottrina a Roma sul finire del II secolo. Egli affermava che Gesù era stato un uomo nato dalla Vergine per volere del Padre e aveva vissuto come gli altri uomini, in modo più pio, si che al battesimo nel Giordano era discesa su di lui la colomba a significare lo spirito divino di cui era stato dotato, indicato con il nome superiore di Cristo. Solo a partire da questo momento Gesù Cristo cominciò a operare prodigi. Comunque alcuni adozionisti collocavano in questo momento la deificazione di Gesù, altri dopo la risurrezione.) cioè che il Cristo discese su Gesù in forma di colomba al momento del battesimo, rivelandogli il Padre sconosciuto e che prima della sua passione fu assunto dal Padre (docetismo?). (5)
(5: Con il termine docetismo, si intendono i diversi tentativi di spiegare in modo dualistico-spiritualistico lincarnazione e la passione di Cristo, escludendone tutto ciò che sembra essere indegno del Figlio di Dio, uomo nato da una vergine e senza peccato. Non si tratta, invece, di una setta determinata, come potrebbero suggerire certi testi eresiologici, ma piuttosto della tendenza a sottovalutare la realtà storica dellopera salvifica di Dio, comprensibile anzitutto in contesti platonici, nei quali si opponevano le realtà vere del mondo intelligibile a quelle apparenti del mondo sensibile. Comunque, esiste una grande varietà fra i cosiddetti doceti. Quelli, dei quali parla Ignazio (Smyrn. 1-3; Trall. 9s), trascuravano la vera umanità di Gesù, base della salvezza. Marcione, per escludere ogni legame fra il demiurgo ed il salvatore, ammetteva una carne «celeste». Apelle, per motivi simili, immaginava un corpo simile a quello che gli angeli avevano preso per le apparizioni. Nel senso stretto solo i valentiniani sono da considerare come doceti. Secondo costoro il Salvatore ha assunto solo quello che era da salvare quindi nessuna sostanza corporale. Benché il docetismo. nel senso spiegato sia stato specialmente caratteristico per le eresie combattute da Tertulliano e da Ippolito (Ref. 8), la tentazione di minimizzare il valore salvifico dellincarnazione, comprese le debolezze interiori delluomo Gesù, non sarà mai assente dalla teologia cristiana, per non parlare del rischio di conclusioni pratiche esagerate per la vita cristiana (sottovalutazione dei valori corporali della sessualità, del matrimonio). Desunto da voce Docetismo, in Dizionario patristico e di antichità cristiane, I, 1001).

Inoltre insegnava che il mondo non fu creato da Dio, ma da una potenza inferiore, da un demiurgo che ignora il vero Dio. In questultimo aspetto Cerinto è propriamente gnostico.)

Più propriamente gnostici e fondatori di sette sono da considerarsi: Menadro, Saturnilo, Carpocrate, Basilide e Valentino.

Menadro rappresenta il punto di contatto con Simon Mago e lo gnosticismo come tale. Egli introduce lo gnosticismo in Antiochia. Suo discepolo e continuatore del suo apostolato in Siria sarà Satornilo.

Carpocrate sembra essere invece colui, subito dopo Cerinto, che si sia reso autore della diffusione dello gnosticismo in Egitto (Alessandria).

In tutti questi possiamo riscontrare alcune concezioni comuni:

- tradizione segreta del loro insegnamento, fatta risalire a qualcuno degli apostoli;
- la scintilla di luce nellio gnostico non andrà perduta;
- liberazione dai legami della materia mediante la conoscenza in maniera da ritornare al regno della luce e del vero Dio (rigido dualismo);
- speculazioni mitologiche riguardo la “caduta” e la “risalita”, tali speculazioni vengono ad essere arricchite da elementi attinti dalla filosofia, dalla religione e dallastrologia contemporanee, accentuando il suo carattere sincretistico (sincretismo = fusione arbitraria di elementi mitologici, culturali e dottrinali di varie religioni, anche in forme incoerenti).

La reazione della grande Chiesa

Di fronte a tali tendenze disfattiste, la Chiesa si vide costretta a salvaguardare la rivelazione biblica nella sua integrità e ad assicurarne il carattere storico. Ci furono numerose confutazioni, delle quali non poche però andarono perdute.
Tuttavia unopera come Contro le eresie di Ireneo di Lione, o la polemica di Tertulliano fanno vedere la direzione dellargomentazione antignostica. Con linsistere sulla tradizione apostolica (liste episcopali) e la determinazione del canone si fronteggiò la pretesa rivelazione degli gnostici. Di fronte ad una discrepante immagine dualistica di Dio, la quale comportava una valutazione negativa del mondo materiale, si dimostrò efficace la fede in un Dio creatore.
Nella disputa si mise laccento sullumanità di Cristo e sulla morte in croce come base della redenzione per combattere qualsiasi svuotamento del fatto salvifico. Senza dubbio la contesa con lo gnosticismo ha promosso lo sviluppo di una fede cosciente e plasmato sempre meglio laspetto della grande Chiesa. Con lesclusione degli eretici la vera fede guadagnò visibilmente terreno, mentre non per ultimo la Chiesa romana si dimostrò essere un baluardo fortissimo contro lo gnosticismo. La distruzione della letteratura degli eretici ha provocato infine la conseguenza che la conoscenza dello gnosticismo finora è rimasta incompleta.

Il montanismo(6)
(6) Tratto da La Nuova stroria della Chiesa, I, parte I, cap. VIII, n. 3.

Marcione e Valentino rappresentavano contemporaneamente delle dottrine gnostiche e levoluzione di certe correnti ecclesiali: Marcione (†160) il paolinismo dellAsia Minore settentrionale, Valentino (†165) il giudeo-cristianesimo egiziano. Questa relazione con le diversificazioni della Chiesa allinizio del II secolo è ancora più evidente in Montano.
 Montano è un frigio che, insieme a due donne, Massimilla e Priscilla, pretende di aver ricevuto il carisma della profezia. La data di inizio del suo movimento è stata controversa. Eusebio nella sua Historia Ecclesiastica, la fissa al 172, anche se da altri riscontri si è potuto teorizzare che tale anno si riferisce più allapogeo del montanismo in Asia. Nel 177, il caso verrà sottoposto a Roma. I confessori di Lione intervengono in questa occasione presso Eleuterio. A quanto risulta, Massimilla muore nel 179. Tredici anni dopo (H.E., V, 16, 19), il movimento mette in fermento tutta l?Asia e in particolare Ancira (H.E., V, 16, 4) ed Efeso (H.E., V, 18, 9).

Il montanismo è unesplosione di profetismo. Una delle sue caratteristiche è prima di tutto  limportanza attribuita a visioni e rivelazioni. Le donne hanno in proposito una parte importante. Quanto al contenuto di queste rivelazioni, esso è essenzialmente escatologico. I tempi del Paracleto hanno avuto inizio con la venuta di Montano. La Gerusalemme nuova sta per divenire una realtà e il suo regno durerà mille anni. Bisogna vivere nella continenza per prepararvisi.

Apparso inizialmente in Frigia, il montanismo vi si diffuse molto rapidamente, ma vi incontrò vive opposizioni, in particolare da parte di Apollinare, vescovo di Gerapoli a partire dal 171 (H.E., V, 16, 1). Verso il 193-196, il movimento si è esteso ormai a tutta lAsia, e questo fatto provoca nuove reazioni, da parte di Apollonio in particolare (H.E., V, 18, 1, 14).
Eusebio ci ha tramandato anche un frammento importante di un autore anonimo, indirizzato a Avircio Marcello, che è forse il vescovo di Gerapoli, successore di Apollinare, di cui è stato ritrovato lepitaffio (H.E., V, 16, 2- 17, 5).
Il montanismo si diffonde anche altrove. Serapione di Antiochia lo combatte (H.E., V, 19, 1). Lo incontriamo a Roma sotto Eleuterio. Negli ambienti romani suscita violente opposizioni. Non si tratta soltanto di una forma di resistenza alleresia, ma di un conflitto di tendenze, di unopposizione allo spirito della Chiesa asiatica. A Roma appunto Tertulliano verrà in contatto con il montanismo e vi aderirà.

È stato proposto di vedere nel montanismo una reviviscenza, allinterno del cristianesimo, dellentusiasmo dei culti frigi di Cibele e di Dioniso. Ma non è certamente in questo senso che ci si deve orientare. In realtà il montanismo si presenta come unevoluzione dello spirito del cristianesimo asiatico. È a Gerapoli infatti che allinizio del secolo vivevano due figlie di Filippo (lApostolo? o il diacono? Non si sa!), che erano profetesse e vergini. Sempre a Gerapoli, Papia era stato vescovo e vi aveva insegnato il millenarismo. Nel II secolo, una donna di Filadelfia in Lidia, Ammiade, è considerata una profetessa (H.E., V, 17, 2-6). Il millenarismo appare una caratteristica generale della teologia frigia e asiatica. Era presente in Cerinto. Ireneo lo porterà in Gallia.

Il profetismo, lesaltazione della verginità, sono comuni ai montanisti e a Melitone. Più precisamente ci troviamo di fronte a unevoluzione esasperata del cristianesimo giovanneo. Rappresenta una derivazione dellosservanza quartodecimana, basata sulla cronologia giovannea della Passione. Il termine di Paracleto per indicare lo Spirito Santo è asiatico e Montano lha attinto di certo dal Vangelo di Giovanni.
Lindicazione del millennio è contenuta nellApocalisse. La sete del martirio che caratterizza i montanisti rientra nello spirito dellApocalisse e si ricollega alla visione eroica del conflitto tra Roma, la città di Satana, e Gerusalemme. Lesaltazione della continenza si trova nellApocalisse e negli Atti di Giovanni apocrifi. A questo proposito è da notare che uno degli avversari romani del montanismo, il prete Gaio, respingerà in blocco il Vangelo di Giovanni e lApocalisse. Ma i confessori di Lione, che si riallacciano alla tradizione asiatica, si ispirano allApocalisse, senza essere montanisti.

Il montanismo non determina un problema di dottrina. Nessuno dei suoi accusatori vi vede uneresia. Ma rappresentava la persistenza di tendenze arcaiche. Era il prodotto di comunità che vivevano troppo separate dall?insieme della Chiesa. E infine il profetismo sfociava in un entusiamo esaltante dal contorno irrazionale e pertanto condannabile. Massimilla aveva annunciato guerre e sconvolgimenti imminenti, che non si erano poi verificati. La violenza antiromana e la ricerca del martirio rappresentavano una pericolosa minaccia alla pace della Chiesa. Ma questi eccessi non devono far misconoscere tutto quel che il montanismo conservava in sé dello spirito asiatico della grande epoca di Papia e di Policarpo e che riuscì ad avvincere una personalità della statura di Tertulliano.

Letteratura cristiana

Sul finire del II° secolo si riscontrò nellOriente greco un notevole progresso della letteratura ecclesiastica. È in questo tempo che si sviluppa la scienza teologica, particolarmente attenta nellesegesi scritturistica e nei tentativi di unesposizione sistematica del pensiero cristiano. I più eminenti rappresentanti e iniziatori di tale processo speculativo furono Clemente di Alessandria e Origene, i quali mutuano dalla filosofia ellenistica preziosi apporti per poter giungere a tale scopo. Di per sé tale processo trova negli apologisti i lori primi iniziatori.
Le sedi principali di queste scuole teologiche sono Alessandria, Cesarea in Palestina e Antiochia. In Roma abbiamo Ippolito.

Alessandria.  In questa città si costituì una fiorente scuola catechetica finalizzata ad introdurre al cristianesimo gli adulti. Molti dei frequentatori erano persone già erudite nelle scienze filosofiche. Và quindi da sé che detta scuola proponesse il suo iter formativo che dallo studio della filosofia giungesse allo studio della teologia. Essa era posta sotto la sorveglianza del vescovo alessandrino (a differenza della scuola di Giustino Roma). Il suo primo direttore fu Panteno di Sicilia (c.180-200 - autore della Lettera a Diogneto?), ex filosofo stoico. La scuola attinse il suo massimo sviluppo sotto i due rettori successivi a Panteno: Clemente di Alessandria e il suo discepolo Origene (per i quali rimandiamo al corso di patrologia).

La letteratura cristiana in Occidente è rappresentata da Ireneo di Lione e Ippolito Romano, sebbene vivessero rispettivamente in Gallia e a Roma, scrissero in greco.
Gli altri, Tertulliano, Cipriano e Novaziano, scrissero in latino.

In questa sede ci limiteremo a dare qualche indicazione saliente su Ireneo di Lione, Ippolito Romano, Minucio Felice e Novaziano, visto e considerato che la loro azione ebbe una diretta influenza sulla storia della Chiesa di Roma.  Per quanto riguarda Tertulliano e Cipriano di Cartagine, rimandiamo al corso di patrologia.

Ireneo di Lione è il teologo più importante del II secolo. Originario dellAsia Minore, era stato da giovane discepolo di Policarpo di Smirne. Da questa città emigrò in Occidente, forse direttamente a Lione. Non si conoscono i motivi di questo suo passaggio. Si sa che gli asiatici erano numerosi sia a Roma che a Lione (soggiornò a Roma?). Solo dal 177 le sue notizie si fanno più sicure. Ordinato prete dal vescovo di Lione, Fotino, gli succede nella cattedra dopo il martirio di questi. È dubbio il suo martirio sotto Settimio Severo.
Svolse un ruolo di primo piano nella difesa della fede contro leresia gnostica. Intervenne anche presso papa Vittore (189-199) per la questione quartodecimana. In seguito alla propaganda in Roma del costume quartodecimano svolta dal presbitero asiatico Basto, Vittore aveva minacciato di scomunicare le chiese asiatiche, le quali celebravano la Pasqua secondo luso quartodecimano non attenendosi così alle consuetudini occidentali. Pertanto sembra che il vescovo di Roma accogliesse lintercessione di Ireneo per la pace e lunità della Chiesa.
Le sue opere: Adversus haereses e Demonstratio apostolicae predicationis (questultima giunta a noi in armeno e scoperta solo nel 1904). Entrambe hanno un fine apologetico della fede e confutatorio delleresia. Sembra si allinei con le concezioni del chiliasmo.

Ippolito di Roma. Originario della Grecia? Divenne prete sotto il pontificato di Zefirino (199-217). Uomo di vasta cultura, sembra sia stato discepolo di Ireneo (in che maniera? limitatamente alla lettura delle opere del vescovo di Lione?). A Zefirino succedette Callisto (217-222).
Ippolito subito entrò in contrasto con il neo eletto, sembra a causa dellindulgenza adottata da Callisto nella disciplina penitenziale e matrimoniale. Si originò uno scisma interno alla comunità romana che vide Ippolito eleggersi antivescovo di Roma (il primo antipapa della storia). Lo scisma durò fino al 235, anno in cui egli si riconciliò con il nuovo vescovo di Roma, Ponziano (230-235). Con la persecuzione intrapresa dallimperatore Massimino Trace, sia Ippolito sia Ponziano, furono entrambi arrestati. Morirono in Sardegna. Il vescovo Fabiano (235-250) fece trasportare i loro corpi a Roma.
Nel 1551 nel cimitero antico della via Tiburtina in località Castro Pretorio, venne scoperta una statua che da molti è considerata essere il ritratto marmoreo di Ippolito. Attualmente la statua si trova posizionata nellatrio della Biblioteca Vaticana. Il simulacro riporta, nei lati della cattedra su cui è seduto il personaggio, in caratteri greci un ciclo pasquale e un catalogo delle opere di Ippolito anteriori al 224, anno in cui fu realizzato il monumento.
Le opere. Un Sintagma (elenco, riassunto) di trentadue eresie, andato perduto. I Philosophoumena (cioè un?esposizione delle dottrine filosofiche greche), composta dopo il 222, e nominata anche Refutatio omnium haereseum. Venne scoperta nel 1851. La Demonstratio de Cristo ed anticristo conosciuta anche come l’Anticristo. Scritta verso il 200, essa vuole rispondere alla convinzione di molti cristiani che con lavvento della persecuzione di Settimio Severo credevano che fosse venuta la fine del mondo e la venuta dellanticristo. È la sola che pervenne a noi completa.
Trattati esegetici: a Daniele, al Cantico dei Cantici, sulle benedizioni di Isacco, di Giacobbe e di Mosè, la storia di Davide e di Golia, omelie sui Salmi. Inoltre qui ricordiamo La tradizione apostolica che è un testo di liturgia. Vi si riporta la consacrazione del vescovo a cui segue la celebrazione della messa pontificale con lamministrazione del battesimo. Da questopera ne derivò quella intitolata Le Costituzioni apostoliche (opera compilatoria composta verso la fine del IV sec. e che raccoglie, ampliandole, molte delle opere anteriori per scopo ordinativo, per es. la Didaché, la stessa Traditio apostolica, svariati canoni conciliari ecc.; vi si sono riscontrate tracce di arianesimo anomeo).

Minucio Felice. È praticamente un apologista. Della sua vita non si conosce quasi nulla. Solo s. Girolamo e Lattanzio di lui danno alcune notizie che daltronde possono essere desunte dalla stessa opera di Minucio, il dialogo intitolato Octavius. Si sa che era un avvocato africano la cui patria dorigine sembra essere stata Cirta (lattuale Costantine in Algeria) e che esercitò lavvocatura in Roma. È un pagano convertito.
LOctavius si struttura in forma di dialogo (sispira come modello ai dialoghi ciceroniani). I tre protagonisti sono tutti retori del foro romano: Marco (=Minucio Felice), il pagano Cecilio Natale e Ianuario Ottavio, cristiano.
Il dialogo avviene fondamentalmente tra Cecilio, nella parte dellaccusatore dei cristiani, e Ottavio (amico di Minucio a cui il dialogo è dedicato) nella parte della difesa; Marco svolgerà il ruolo di giudice. Alla fine Cecilio rinnegherà il paganesimo e si farà cristiano. LOctavius è una risposta alle accuse dei pagani, forse elaborata per controbattere al celebre Frontone (maestro di Marco Aurelio) che in senato aveva pronunciato un forte discorso contro i cristiani.
Pertanto lopera di Minucio è destinata in prima istanza ai pagani colti. In essa la dottrina specificatamente cristiana passa in secondo piano, poiché lOctavius si mantiene costantemente sul livello delle accuse che i pagani rivolgono ai cristiani, confutandole. A tal fine attinge soprattutto ad argomenti filosofici dello stoicismo imperante con abbondante utilizzo dellopera ciceroniana De natura deorum.

Novaziano. Incerti il luogo e lanno della sua nascita. Nato intorno al 200 (a Roma?). Contemporaneo di Cipriano, la sua figura venne alla ribalta della storia ecclesiastica perché nel 250 diede origine ad uno scisma facendosi nominare vescovo di una chiesa che da lui prese il nome.
Fabiano (vesc. di Roma, 236-250) gli impartì il battesimo durante una malattia molto grave, ciò avrebbe dovuto costituire un impedimento alla sua ordinazione. Tuttavia il papa lo ordinò presbitero contro il parere del clero romano.
Durante il periodo in cui la Chiesa romana fu diretta dal suo presbiterio, Novaziano ascese a grande autorità tanto da rispondere alle lettere di Cipriano a nome di tutti i presbiteri romani. Lelezione del nuovo vescovo, Cornelio, fu un colpo forse amaro alla sua illusione di poter essere eletto alla cattedra romana. Da qui cominciò la sua ostilità nei confronti di Cornelio, che egli accusò di lassismo nella disciplina penitenziale, tanto da giungere a staccarsi dalla Chiesa.
Questa chiesa fortemente rigorista si diffuse rapidamente, specialmente in oriente. Nel VII secolo si registrano ancora tracce della sua presenza. In Gallia il novazianesimo si propagò per opera del vescovo di Lione Marciano, il quale però fu combattuto dal vesc. di Autun, Reticio. Novaziano assurgerà alla cronaca per il suo estremo rigorismo in fatto di penitenza, tanto da negare il perdono e la riconciliazione ai lapsi.
La sua opera principale è il De Trinitate, la cui stesura precede lo scisma.

Breve conclusione.

Quale la differenza tra gli scrittori latini occidentali e gli autori greci alessandrini?
Questi ultimi si davano più allo studio dei problemi teologico speculativi – non bisogna dimenticare la loro sensibilità per la filosofia greca.
I latini invece erano più animati da uno spirito pragmatico e quindi miravano più alla formulazione di una teologia pratica: doveri del cristiano, la costituzione della Chiesa, il suo ordinamento ecc. – non bisogna infatti dimenticare che essi erano fondamentalmente di cultura romana o di estrazione giuridica, e conservavano, nel contempo, un atteggiamento freddo, se non anche negativo, nei riguardi della filosofia.

L’EPOCA DEI CONCILI ECUMENICI: NICEA -  COSTANTINOPOLI - EFESO - CALCEDONIA (325-451)

In questo capitolo delineeremo le vicende che portarono alla convocazione dei primi quattro concili ecumenici. Ci limiteremo, inoltre, ad enunciare le problematiche teologico-cristologiche ad essi connesse. Diamo, quindi, per scontato la conoscenza approfondita di queste, essendo già state trattate nei corsi specifici.

IL CONCILIO DI NICEA

Allindomani della salita di Costantino al soglio imperiale dOccidente e la sua evidente conversione al cristianesimo, gli si presentarono due questioni di importanza fondamentale per la vita della Chiesa – e quindi per lordine pubblico – tanto da provocare il suo intervento in materia ecclesiastica: lo scisma donatista (7)
(7: Possiamo connotare il donatismo come una continuazione, in ambiente africano, della questione sul battesimo degli eretici. La controversia di fondo è la seguente: lefficacia dei sacramenti dipende dalla dignità di colui che li amministra, oppure di per sé stessi essi sono efficaci? Gli africani, seguendo il pensiero di Tertulliano e Cipriano, sostenevano, contrariamente da Roma, la prima opinione. Ciò porterà alla genesi di uninterminabile catena di tensioni che dividerà la Chiesa africana nel suo interno: il gruppo fanatico dei donatisti, da una parte, e i cattolici, dallaltra. Pertanto, la storia della cristianità africana sarà caratterizzata dal cronico confronto, sfociante spesso anche nella lotta cruenta, tra queste due chiese. La divisione scismatica tra donatisti e cattolici cesserà solo allorquando lIslam avrà completamente polverizzato la cristianità africana).
e leresia ariana.

L’arianesimo

Dobbiamo innanzitutto precisare che il presbitero alessandrino Ario († 336) è teologicamente figlio della scuola di Antiochia fondata da Luciano di Antiochia (che a sua volta era discepolo di Paolo di Samosata). Linsegnamento teologico di questa scuola era contrassegnato da una forte tendenza monarchiana che privilegiava lunicità di Dio a scapito della deità del Figlio e quindi di Cristo, questi subordinato completamente al Padre.
Ario sosteneva che «il Figlio sarebbe stato creato dal nulla, che ci fu un tempo in cui egli non esisteva, che egli era capace di male e di virtù, in grado di apprendere, creatura e creato»(8). (8: SOZOMENO, Historia ecclesiastica, I, 15, 3.)
Quindi egli concepisce il Logos come «creato», la medesima parola adoperata per lopera della creazione (cfr. Pr 8,22), e lo colloca nellambito delle creature nonostante la speciale distinzione di essere stato “generato prima di ogni creatura”; (πρωτογ?ννητος) (cfr. Col 1,15); per redimere gli uomini prese carne, più precisamente un corpo non animato così che tutte le impressioni del Gesù terreno riferite dalla Scrittura ricadessero sul Logos stesso. Solo in senso improprio perciò si può designare il Logos come Dio. Quindi Ario interpretava il Figlio di Dio in senso subordinazionista, cioè come appartenente ad una categoria di essere inferiore nella prospettiva della storia della salvezza.
In seguito a vicende che non stiamo qui a precisare, nel 319 Ario, causa questa sua dottrina, fu scomunicato dal patriarca alessandrino, Alessandro, e con lui tutti i suoi sostenitori, tra i quali cerano anche due vescovi.

Costantino il Grande, dopo la sua definitiva vittoria su Licinio nel settembre 324, con sua sorpresa si vide di fronte una cristianità divisa anche in Oriente. Esortò le parti avverse a ricostituire lunità. Ma non riscosse alcun successo.

Lo svolgimento del concilio

Dal fallimento dei tentativi di ristabilire la pace derivò ora il piano di chiarire per via sinodale le questioni religiose discusse.
Liniziativa di un grande concilio partì evidentemente dal sovrano universale Costantino, il quale da una tale assemblea di vescovi si riprometteva la pace interna alla Chiesa e lassistenza divina per lImpero.

Costantino il Grande mediante lettere onorifiche invitò i vescovi di tutte le regioni a venire nel maggio del 325 a Nicea in Bitinia (9). (9: EUSEBIO DI CESAREA, Vita Costantini, III, 6, 1.)
Tra i portavoce della grande Chiesa emergeva Alessandro, che era venuto col suo diacono Atanasio, poi Eustazio di Antiochia e Marcello di Ancira. Il gruppo di Ario puntava sul vescovo di corte Eusebio di Nicomedia; ad esso apparteneva pure Eusebio di Cesarea in Palestina. DellOccidente erano presenti solo cinque vescovi con Osio di Cordova in testa; il vescovo di Roma era rappresentato dai due presbiteri Vito e Vincenzo. In tutto vennero al concilio di Nicea circa 300 partecipanti; la cifra sovente nominata di 318 sinodali è da intendersi simbolicamente in rispondenza al numero dei servi di Abramo (Gen 14,14). Come luogo di riunione limperatore mise a disposizione il suo palazzo sul mare.

La seduta inaugurale del 20 maggio 325, secondo la testimonianza di Eusebio ebbe luogo alla presenza di Costantino. Appunto per la funzione che vi ha avuto il sovrano, il concilio di Nicea spicca sui sinodi regionali del tempo precedente; lo si è perciò paragonato al consilium principis, quellorgano consultivo che i sovrani più volte radunavano per avere un aiuto in caso di importanti decisioni. Sicuramente è da supporre qui linflusso della procedura statale – in campo religioso daltronde esercitava la funzione consultiva il collegio dei pontifices –, tuttavia il sinodo di Nicea sviluppò unautonomia che superò la funzione consultiva e decise per autorità propria. Ciò non tolse che limperatore Costantino abbia assunto la presidenza e anche sia intervenuto nelle trattative.

La discussione teologica, la quale già prima dellapertura del sinodo era giunta fino allimperatore, si accese intorno ad una formula di fede che, presentata dalla parte ariana, aveva provocato però una decisa opposizione. Con energia la maggioranza insistette sulla piena essenza divina di Cristo, necessaria per assicurare la redenzione delluomo. Eusebio di Cesarea fece allora la proposta mediatrice di riconoscere il simbolo battesimale della sua comunità; esso formulava la fede «nellunico Signore Gesù Cristo, la Parola di Dio, Dio da Dio, luce da luce, vita da vita, unico Figlio, nato prima di tutte le creature, generato dal Padre prima di tutti i tempi, per mezzo del quale tutto è stato creato...» (10). (10: EUSEBIO DI CESAREA, Epistola ad Caes. 4.)
 Né limperatore né lassemblea ebbero qualcosa in contrario, solo alcune affermazioni equivoche avrebbero avuto bisogno di integrazione. Si suppone che una delle aggiunte essenziali risalga allo stesso Costantino o più precisamente al suo consigliere Osio di Cordova, cioè il concetto di  (?μοο?σιος)  (della medesima essenza), la cui adozione avrebbe procurato dopo il concilio non poche gravi difficoltà.
La tendenza finale della formula di fede è di questo tenore: «Coloro che dicono: “Cera un tempo in cui egli non esisteva”, e “Prima di essere nato non cera, e “Egli è stato creato dal nulla”, oppure che ritengono che il Figlio di Dio sia di un?altra sostanza (?ποστασεως)  o di unaltra essenza (ο?σ?ας), oppure che sia Creato o soggetto al mutamento o rispettivamente alla trasformazione: sopra costoro la Chiesa Cattolica e apostolica pronuncia lanatema»(11). (11: Simbolo Niceno, in Conciliorum Oecumenicorum Decreta, 5.)

Era stata così pronunciata una sentenza in una questione di fede, che venne sottoscritta da tutti i partecipanti ad eccezione di Ario e dei suoi seguaci, i quali vennero mandati immediatamente in esilio. I rimanenti vescovi di sentimenti ariani accettarono la professione di fede, in parte facendo delle riserve sulla condanna di Ario. In uno scritto alla sua comunità Eusebio di Cesarea giustificò il proprio comportamento meno con motivazioni teologiche quanto richiamandosi alla pace della Chiesa, per la quale si era grati allimperatore.

Risolto il caso di Ario, il sinodo trattò il problema della diversa data pasquale. Per assicurare alla festa una data comune, i padri conciliari designarono come normativa lusanza alessandrina e romana, per cui ogni opposizione poté essere eliminata. Secondo una fonte posteriore, Alessandria ricevette lincarico di comunicare ogni volta la data alle altre Chiese.

Ulteriori temi di discussione riguardarono la prassi ecclesiale, e il loro risultato fu riassunto in 20 canoni. La disciplina e l’organizzazione ecclesiastica ricevettero così una regolamentazione universale, che, essendo garantita da parte dello Stato, conferiva all?aspetto della Chiesa uno stabile carattere istituzionale.

La conclusione del concilio coincise con il ventennale di governo (vicennali) di Costantino. Per loccasione limperatore invitò i vescovi ad un convito, a conclusione del quale li accomiatò con ricchi doni e lammonizione a «conservare tra loro la pace». Pervaso dallidea dominante di un solo culto di una sola fede, il sovrano manifestò alla Chiesa la sua soddisfazione per l?andamento delle discussioni. La sua autorità elevò le decisioni del concilio a leggi dellImpero.

Col concilio ecumenico di Nicea, le precedenti riunioni sinodali avevano raggiunto un primo vertice. Le Chiese locali accettarono le decisioni come «sentenze di Dio» e recepirono Nicea come concilio ecumenico.

Controversie teologiche: lotta tra arianesimo e cattolicesimo

La prima formula dogmatica della Chiesa, il credo niceno, non ristabilì lunità del culto desiderata da Costantino e neppure mise fine alla discussione teologica scatenata da Ario. La fede cristiana aveva percorso la via della spiegazione ragionevole e, nello sforzo per chiarire come la Bibbia intendesse Dio, aveva sfondato la stretta religioso-culturale del mondo circostante. La disputa postconciliare si accanì nellinterpretazione della parola filosofica esplicativa di Nicea, l?μοσ?σιος che esprimeva sia lunità (numerica) come pure luguaglianza dellessenza. Luso del termine in senso gnostico-materialistico, ma anche la sua vicinanza con le tendenze sabelliane, acuirono però lopposizione contro il «credo» del primo concilio ecumenico. Da qui nacque una forte opposizione astutamente occultata da parte degli ariani per annullare il simbolo niceno.

In questo senso, un ruolo fondamentale lo svolsero i successori di Costantino († 337). Mentre in Occidente Costante († 350), il più giovane dei figli prese il potere, dopo leliminazione di Costantino II († 340), che si era orientato verso Nicea, il più anziano Costanzo II († 361) perseguiva sempre più apertamente una politica religiosa di indirizzo ariano.

Un indice dellarianizzazione sempre più incombente lo si evince dal fatto che se la lotta fino adesso era stata diretta contro i rappresentanti del simbolo niceno (per es. Atanasio, costretto allesilio), si fece ora viva, da parte degli ariani, la premura di definire in formule le idee fondamentali della teologia ariana. Di fatto, nel 341 ad Antiochia, in occasione della consacrazione della basilica patriarcale, ebbe luogo un sinodo di quasi cento vescovi orientali, il cui risultato venne fatto conoscere in una lettera circolare. È significativo che gli autori di questa si siano distanziati da Ario, ma essi evitarono intenzionalmente anche l?μοσ?σιος di Nicea, per la ragione più volte ripetuta che questa parola non è contenuta nella Scrittura e per la sua vicinanza con la concezione sabellianizzante della divina monas. In effeti da lì a poco un sinodo riunito a Roma accuserà quello di Antiochia di arianesimo.

Si giunse quindi, per volontà soprattutto dellimperatore Costante, a convocare un concilio di tutti i vesvovi a Sardica per tentare di trovare un accordo tra i due schieramenti teologici. Ma tutto fu vano, soprattutto per la presenza di Atanasio che aveva causato il ritiro degli orientali. Anzi, con il fallimento che si determinò a Sardica, si sfociò nella reciproca accusa di arianesimo con conseguente scomunica e la forte riaffermazione del simbolo filoariano di Antiochia da parte degli orientali.

Con la morte improvvisa di Costante, Costanzo II diventò sovrano assoluto di tutto limpero. Egli, ariano, abbandonò presto la politica religiosa prudente degli anni precedenti e appoggiò nettamente larianesimo. Come base delle misure politico-religiose di Costanzo, servì una professione di fede che una riunione di vescovi aveva elaborato al soggiorno della corte in Sirmio e che sembrava accettabile per tutto lImpero. Questa prima formula di Sirmio prese una posizione intermedia, distante dal rigido arianesimo come pure dall?μοσ?σιος, e avrebbe dovuto così rimpiazzare alla svelta il simbolo di Nicea.  In queste circostanze, si riaccese la polemica, sia contro Atanasio, sia contro tale intrusione dellimperatore in materia di fede.

Inutili furono i sinodi che si celebrarono in Occidente. I padri riuniti in tali sinodi furono sin dallinizio sottoposti a una forte pressione psicologica da parte dello stesso imperatore, presente alle riunioni.
A coloro che non si allineavano con la sua teologia era riservato lesilio. A coloro che esitavano, egli rispose con la inequivocabile dichiarazione «Quello che io voglio, deve valere come legge della Chiesa».
Lo stesso papa Liberio ebbe a pagare con lesilio in Tracia la sua fedeltà allìortodossia. Ad Alessandria il vescovo Atanasio si sottrasse allarresto dei militari imperiali e fuggì presso i monaci nel deserto; il suo posto fu occupato dal rozzo Giorgio di Cappadocia.

In questa maniera, e anche per le vicende che ne seguirono, Costanzo era riuscito ad eliminare i difensori della fede nicena e a mettere al loro posto vescovi ariani. Così Costanzo poté annunziare allinizio dellanno 360 lunione religiosa. Un sinodo tenuto contemporaneamente a Costantinopoli confermò questo diktat teologico e proibì per il futuro la creazione di altre formule. Vescovi riluttanti, tra i quali taluni di origine omeusiana (i quali ammettevano la sommiglianza essenziale tra il Padre e il Figlio), furono di punto in bianco deposti; solo in Egitto il piano fallì per il deciso rifiuto degli atanasiani. Girolamo commentò più tardi la sorprendente svolta verso larianesimo con le parole: «Tutta la terra mandò un sospiro e si meravigliò di essere ariana»(12). (12: GIROLAMO, Adversus Luciferum, 19; PL 23, 181b.)
In effetti, alla morte di Costanzo (361) la maggior parte delle Chiese era occupata da ariani.

Il superamento dell’arianesimo

Lascesa dei vescovi antiniceni come la proclamazione di formule ariane riuscì grazie al favore e allimpegno dellimperatore Costanzo. Allorché con la sua morte questo sostegno cadde, si aprirono subito incrinature nella compagine teologico-ecclesiastica ariana incrementate anche dalla politica anticristiana dellimperatore Giuliano.
Dopo la morte di Costanzo II, gli successe suo cugino, Giuliano († 363), lultimo erede della famiglia imperiale costantiniana, il quale inaugurò una programmata, anche se breve, restaurazione pagana. Pervaso di ascetica severità, egli espulse dalla corte i cristiani. Abolita ogni discriminazione, provvide alluguale trattamento di tutti, cristiani e pagani. Ai sostenitori del simbolo niceno furono riconosciuti gli stessi diritti degli ariani. Pertanto, i presuli niceni espulsi poterono rientrare nelle loro diocesi dorigine. Tale situazione venne ora sfruttata dai niceni per radunare le loro forze. In Egitto, Atanasio, che era rimasto nascosto tra i monaci del deserto, prese di nuovo possesso della sua sede (362) e gestì da Alessandria la riorganizzazione della sua Chiesa. Deciso allazione, radunò ancora nellestate del medesimo anno un sinodo di vescovi egiziani, al quale si unì anche lesiliato Eusebio di Vercelli († 371).

Con il cambio di governo del 364 entrò in vigore una politica religiosa differenziata. Mentre limperatore dellOccidente Valentiniano I rinunciava a qualsiasi ingerenza e così rendeva possibile il consolidamento della confessione nicena, in Oriente suo fratello Valente promosse larianesimo.
Valente oppresse di nuovo i niceni, che nel 365 dovettero abbandonare le loro sedi vescovili (tra loro Atanasio, per la quinta volta); allorché in Alessandria scoppiarono tumulti, limperatore fece marcia indietro e limperterrito avvocato di Nicea poté occupare la sua sede vescovile fino al termine della sua vita (373).
Invece a Costantinopoli limperatore inasprì la sua pressione, perché i niceni dopo la morte del vescovo ariano che occupava quella sede, elessero un proprio vescovo. Questo fu il preludio di una vera e propria persecuzione che attraverso la Siria si propagò oltre, fino allEgitto.

Ma linefficacia di un tale procedimento fu dimostrata, infine, dallopposizione di uomini di Chiesa dello stampo di un Basilio di Cesarea che, stimato dallo stesso imperatore, bloccò la sua politica ariana in Cappadocia. Il suo contributo al regolamento del linguaggio trinitario « μ?α ο?σια τρε?ς  ?ποστσεις » unitamente agli apporti di Gregorio di Nissa († 394) e Gregorio di Nazianzo († 390 c.) avviò la provvisoria conclusione dellaccanita disputa sul simbolo di Nicea.
Il discorso di ununica essenza in tre persone distingueva Padre, Figlio e Spirito Santo non per le loro operazioni ad extra, bensì per le loro proprietà o caratteristiche, per cui al Padre appartiene il «non essere generato» (?γεννησ?α ), al Figlio l«essere generato» (γεννησις ) e allo Spirito il «procedere»  (?κπ?ρευσις ).
Senza dubbio i cappadoci, in conseguenza della tradizione origeniana diffusa in tutto lOriente, hanno messo in evidenza più fortemente di Atanasio la differenza tra le divine «persone», proprio per evitare che la parola esplicativa di Nicea venisse fraintesa in senso sabelliano. Tuttavia essi insistettero sullunicità dellessere divino e così, collinclusione dello Spirito Santo, appianarono la via per una professione ecumenica della fede trinitaria.

In conclusione, la risposta teologica della grande Chiesa alla provocazione ariana sfociò nel dogma della Trinità, il quale espresse in una formula luguaglianza essenziale di Cristo e dello Spirito con il Padre.
Rispetto alla fede nellincarnazione, laver collocato il Logos nellambito della divinità acuì la questione della sua realtà umano-divina, cosa che nella predicazione antecedente si era presentata semplicemente con le affermazioni bibliche oppure si era già tentato di spiegare in categorie filosofiche. Naturalmente fino ad allora veniva in primo piano linteresse per leconomia della salvezza, mentre adesso al centro dellattenzione avanzava sempre più lessenza propria della figura di Cristo. Questo preciso interesse della teologia di chiarire la vera realtà di Cristo ricevette senza dubbio impulsi anche dallesterno, sia da parte ariana come dalle immaginazioni del mondo circostante relative ad un  (θε?σς  ?ν?ρ) (= uomo divino).

LA CONTROVERSIA PNEUMATOMACA  E IL CONCILIO DI COSTANTINOPOLI (381)

Come la dottrina del Logos così anche quella dello Spirito Santo nei primi secoli non era ancora ben circoscritta. Per larianesimo, che considerava il Figlio come creatura del Padre e a sua volta creatore di tutto il resto, era naturalmente cosa logica dichiarare lo Spirito Santo creatura del Figlio. Ma siccome linteresse dei teologi si era concentrato dapprima quasi esclusivamente sul Logos, lerrore circa lo Spirito Santo fino alla metà del IV secolo non fu oggetto di particolare attenzione.

Tuttavia, sia gli omei (cioè quelli che sostenevano che il Padre e il figlio fossero tra loro solo simili), sia gli omeusiani, che pur considerando il Figlio sostanzialmente simile al Padre, proclamavano che lo Spirito Santo era uno degli Spiriti serventi (Eb. 1,14), diverso dagli angeli solo per grado. Atanasio, di fronte a tale dottrina, reagì colle sue quattro lettere al vescovo Serapione di Thmuis (359) in difesa della divinità dello Spirito Santo. Il sinodo di Alessandria del 362, da lui presieduto, riconobbe alla terza persona della Trinità la stessa sostanza e divinità delle altre due.

Come esponente principale della dottrina opposta era considerato lomeusiano Macedonio, vescovo di Costantinopoli (deposto nel 360), dal quale più tardi (dal 380) i pneumatomachi presero anche il nome di macedoniani.

Poco appresso anche altri sinodi tenuti in Alessandria (363), a Roma (369, 373, 380) e nellAsia Minore si pronunciarono contro leresia. I tre grandi Cappadoci (Gregorio di Nissa, Gregorio Nazianzeno e Basilio di Cesarea) la confutarono acutamente nei loro scritti e professarono chiaramente lomousia (luguaglianza) dello Spirito Santo con le altre due persone divine.
Ma la condanna più importante alleresia venne da parte del concilio generale dellOriente tenuto a Costantinopoli nel 381, voluto dallimperatore Teodosio e presieduto da Melezio di Antiochia e dopo la morte di questi avvenuta nei primi giorni del sinodo, da Gregorio Nazianzeno. Qui 150 padri ortodossi, dopo la secessione di 36 macedoniani guidati da Eleusio di Cizico, condannarono leresia dei «semiariani o pneumatomachi».

Nel simbolo elaborato dai padri conciliari (il simbolo niceno-costantinopolitano), il I e il II articolo, che parlano di Dio Padre e del Figlio, riproducono alla lettera, o con modifiche irrilevanti, il simbolo niceno, mentre lart. III «e (noi crediamo) nello Spirito Santo» fu corredato dellaggiunta antipneumatomaca, «Signore e Vivificatore, procedente dal Padre (Giov. 15, 26), che insieme col Padre e col Figlio viene adorato e glorificato, e che parlò per mezzo dei profeti».

Quando più tardi questo concilio fu riconosciuto come “concilio ecumenico”, il che avvenne in Oriente durante il concilio di Calcedonia del 451 e in Occidente allinizio del VI secolo, allora anche questa formula dogmatica raggiunse un valore ecumenico col nome di simbolo niceno-costantinopolitano. Nella chiesa greca divenne più tardi lunica professione di fede ammessa nel battesimo e nella celebrazione eucaristica.

Con la dottrina che lo Spirito Santo deriva dal Padre si era bensì ripudiata la teoria ariana, ma non si era ancora determinata sotto ogni aspetto la relazione trinitaria dello Spirito Santo. Rimaneva aperta la questione della relazione esistente fra lo Spirito Santo e il Figlio.

Essa fu risolta in maniera diversa in Oriente e in Occidente, ma la diversità sta più nella formulazione che nella sostanza. Fin dal IV secolo la chiesa greca insegnava una processione dal Padre attraverso il Figlio, mentre quella latina affermava una derivazione dal Padre e dal Figlio: il Filioque (Spiritus Sanctus... a Patre Filioque procedens), che sul finire del VI secolo sarà inserito nel simbolo niceno-costantinopolitano recitato dai latini e ciò svolgerà un ruolo fatale nelle divergenze tra la chiesa greca e quella latina fino al tempo dello scisma definitivo.

LA QUESTIONE NESTORIANA  E IL CONCILIO EFESINO (431)

Dopo la definitiva affermazione della divinità del Logos e dellintegra e completa umanità di Cristo (contro lapollinarismo), il passo successivo era quello di determinare con maggior precisione il rapporto fra la natura umana e quella divina nel Nazareno.

La Scuola alessandrina, accentuando fortemente lintima unione delle due nature, parlava di una mescolanza delle stesse. Attribuendo, pure a torto, il simbolo di Apollinare ad Atanasio, si facevano professare a questo dottore della Chiesa non due, ma una sola natura incarnata del Logos divino (μ?α φ?σις το? θεο?   λ?γου  σεσαρχωμ?νη ).

Siccome in tal modo, almeno prendendo le parole in senso letterale, risultava compromessa lintegrità delle nature, la Scuola antiochena, di indirizzo sobrio e critico, insisteva soprattutto sulla loro distinzione reciproca e sulla loro completezza tanto da giungere a parlare anche di due ipostasi in Cristo.
Una conseguenza di questa impostazione fu che essi facevano nascere dalla Vergine non il Figlio di Dio, ma un uomo nel quale abitava Dio, e chiamava Maria non «Madre di Dio» (θεοτ?χος , ma solo «Madre di Cristo» (Χριστοτ?χος ). Così insegnavano specialmente i capi di questa scuola, i vescovi Diodoro di Tarso e, soprattutto, Teodoro di Mopsuestia.

La cristologia antiochena era rimasta in un primo tempo nell?ambito di quella scuola; chi la lanciò fra il gran pubblico fu Nestorio. Egli era stato monaco in Antiochia, probabilmente discepolo di Teodoro e valente predicatore; la grazia dell?imperatore lo elevò nel 428 alla cattedra vescovile di Costantinopoli.

Nestorio non era privo di buone virtù, ma era insieme scontroso, prepotente e irascibile; aveva perseguitato energicamente eretici ed ebrei, ma aveva preso sotto la sua protezione i pelagiani, espulsi in Occidente, il che dispiacque assai a Roma.

Il presbitero Anastasio, che era venuto con lui da Antiochia nella capitale dellImpero, si mise a biasimare nelle sue prediche il titolo ormai antico e caro al popolo di «Madre di Dio» attribuito alla beatissima Vergine. Lagitazione suscitata da questo fatto fra il clero e il popolo aumentò maggiormente quando Nestorio prese le parti di Anastasio e a sua volta biasimò in alcune prediche quel termine come un «innovazione», affermando che la designazione giusta era «Madre di Cristo» (tuttavia più tardi era disposto ad ammettere anche il Theotocos purché tale termine fosse interpretato «rettamente»). Si levò contro di lui una viva opposizione non solo nella capitale, ma anche in regioni lontane.

Sopra tutti il vescovo Cirillo di Alessandria, uomo di grande energia, si oppose alla dottrina di Nestorio già nel 429 in unepistola pasquale diretta ai vescovi egiziani e in una lunga enciclica ai monaci dellEgitto. Era stimolato in questo non solo dallopposizione teologica della Scuola alessandrina e dallo zelo della dottrina ortodossa, ma anche dalla rivalità politico-ecclesiastica del patriarcato di Alessandria contro la chiesa di Costantinopoli, che dal 381 in poi era riuscito a conquistarsi nellOriente il primo posto, e che già lo zio di Cirillo, Teofilo, aveva voluto umiliare nella persona di Giovanni Grisostomo.

Il papa Celestino I, al quale si erano rivolti ambedue i partiti, ripudiò la concezione nestoriana in un sinodo dellagosto 430. Per suo incarico Cirillo intimò al vescovo della capitale di ritirare la sua dottrina entro dieci giorni, pena lesilio; contemporaneamente gli inviava i dodici Anatematismi da lui formulati in un sinodo ad Alessandria, contenenti gli errori da abiurare.

Nestorio, il quale non era disposto a piegarsi di fronte al suo avversario e aveva in un primo tempo dalla sua limperatore, trovò inoltre molti alleati fra i seguaci della Scuola antiochena, che vedevano nella dottrina di Cirillo una specie di apollinarismo, di occulto monofisismo, così specialmente il vescovo Giovanni di Antiochia e il dotto Teodoreto, vescovo di Ciro. Conviene notare peraltro che il patriarca antiocheno aveva insistentemente pregato in una lettera, Nestorio di accettare senza riserve, in armonia con la maggioranza dei Padri, come verità ortodossa il titolo di Theotocos attribuito a Maria.

A ragion del vero, bisogna tener presente che nella terminologia da loro usata, soprattutto dagli alessandrini, (φ?σις) e (?ποστσεις) come riferite a Cristo, non erano ancora nettamente distinte e potevano significare tanto natura quanto persona: ecco la ragione di fondo – accanto a quelle politiche – che dispose i contendenti a scadere dal piano dottrinale a quello di una avversione personale che sfociava in ostilità aperta.

Il concilio di Efeso

Nel 431 limperatore Teodosio II, sollecitato da Nestorio, convocò per la Pentecoste un concilio ecumenico (il terzo) a Efeso per comporre laperto dissidio che divampava fra i patriarcati dellOriente.

Ma già allinaugurazione del concilio si delinearono foschi presagi. Comparve dapprima Nestorio con 16 vescovi, poi Cirillo con 50 suffraganei; ma il terzo patriarca, Giovanni di Antiochia, ritardava, certo intenzionalmente, la sua venuta e anche i legati pontifici tardavano ad arrivare, trattenuti da una traversata burrascosa.

Nonostante la protesta presentata dal commissario imperiale Candidiano e da numerosi vescovi (68), Cirillo, con un colpo di forza degno più di un politico consumato che di un ecclesiastico, il 22 giugno 431 seppe come scavalcare lautorità del commissario imperiale Candidiano, incaricato dall?imperatore Teodosio II di dirigere e presiedere ai lavori conciliari, ed aprire il concilio a Efeso, nella grande chiesa mariana, alla presenza di 153 vescovi.
Già nella prima sessione fu addotta la dimostrazione patristica del titolo Theotocos e della reale unione delle due nature in Cristo; Nestorio che, citato, gli era impedito di intervenire, fu destituito come «novello Giuda» per lempio contenuto delle sue prediche e per la sua «disobbedienza ai canoni». Il concilio non emanò un nuovo simbolo di fede, ma ritenne sufficiente il niceno.

Quattro giorni dopo (26 giugno) arrivò finalmente a Efeso Giovanni con i suoi vescovi della Siria. Non si congiunse al concilio, ma tenne per conto suo, alla presenza del commissario imperiale, Candidiano, un proprio conciliabolo con 43 intervenuti, nel quale furono destituiti Cirillo e il vescovo Memnone di Efeso, responsabile questultimo di aver creato nella sua metropoli un clima ostile ed irrespirabile per Nestorio e i suoi vescovi. I tre legati pontifici, ora giunti essi pure, parteciparono invece alle sessioni ulteriori del concilio cirilliano, nella quinta delle quali (il 17 luglio) Giovanni e i suoi adepti vennero scomunicati.

Si avevano quindi contemporaneamente due sinodi avversari.
Limperatore, imbarazzato, dapprima, come se niente fosse accaduto, ratificò le delibere di tutti e due, poi, volendo realizzare una conciliazione, convocò i rappresentanti di ambo le parti nella sua residenza a Calcedonia. Non essendo la mediazione approdata a nulla, assunse a poco a poco un atteggiamento più deciso e precisamente contro Nestorio. Per conseguire questo scopo Cirillo aveva messo in moto a corte tutte le leve (anche mediante linvio di ricchi donativi); egli era sostenuto specialmente da Pulcheria, la pia e influente sorella maggiore dellimperatore.
A Nestorio, rimandato nel suo monastero di Antiochia, succedette Massimiliano, un vescovo gradito ai cirilliani. Il concilio di Efeso fu sciolto e Cirillo e Memnone ottennero il permesso di rientrare nelle loro sedi.

La chiesa nestoriana

In seguito alle severe disposizioni del governo il nestorianesimo nellImpero romano andò lentamente scomparendo. Leresia si sostenne invece in Persia, dove si erano rifugiati molti dei nestoriani perseguitati nellImpero romano. Lì si ebbe, sotto il metropolita Babeo (Babai) di Seleucia-Ctesifonte (497-503), la separazione formale dalla Chiesa dellImpero e lerezione di una chiesa nazionale persiana nestoriana. Egli si staccò infatti dal patriarcato di Antiochia e prese il titolo di Catholicus (= patriarca) (498).

Nel corso dei secoli seguenti la chiesa nestoriana grazie allo zelo missionario dei suoi adepti si propagò notevolmente in Asia; le appartennero anche i cristiani di s. Tommaso sulla costa occidentale delle Indie.
Ad onta di vessazioni di ogni specie, oltre 100.000 nestoriani si mantennero fino ai nostri tempi nelle regioni del Kurdistan, e sulle zone di confine fra la Turchia e la Persia; il loro patriarca (catholicus) risiedeva fino al 1915, come capo spirituale e temporale, a Kotschanes.

Durante la prima guerra mondiale questi «Assiri» vennero in gran parte spostati e dispersi. Nei combattimenti coi Maomettani dellIrak, al quale stato vennero assegnati nel 1931, molte migliaia di loro furono uccisi. Di questi, 20-30.000 ripararono in Siria e a Cipro, mentre una frazione minuscola ebbe dal 1937 in poi una relativa pace.
 Oltre a questi vi sono circa 150.000 cosiddetti «cristiani caldei» (con residenza patriarcale a Mossul) uniti con Roma: i cosidetti cattolici caldei. Anche i «cristiani di s. Tommaso» (circa sei milioni) sono ora in maggioranza uniti a Roma. Altri passarono nel XVII secolo in gran parte ai giacobiti (monofisiti).

LA QUESTIONE MONOFISITA E IL  CONCILIO DI CALCEDONIA (451)

Mentre i nestoriani erravano nel separare le due nature in Cristo, tanto da minacciare lunità del Salvatore, alcuni dei loro avversari, specialmente alessandrini, caddero nellestremo opposto; essi in Cristo accentuavano assai la divinità a scapito dellumanità, fino a mescolare le due nature o ad assorbire la natura umana in quella divina.
Una concezione simile doveva portare inevitabilmente ad un nuovo conflitto. Loccasione venne dal vecchio archimandrita Eutiche di Costantinopoli, uomo pio, ma teologicamente poco preparato. Egli si mise a perseguitare il vescovo Eusebio di Dorileo in Frigia a causa della presunta eresia del duofisismo, ma fu destituito e scomunicato egli stesso come eretico dal sinodo di Costantinopoli del 448, uno dei cosiddetti sinodi endemici, presieduto dal patriarca Flaviano.

Il latrocinio efesino (449)

Ma questo non era che il preludio di nuove lotte. Flaviano comunicò la sentenza ad altri vescovi e in particolare al papa Leone IEutiche per conto suo non cedette e reclamò contro la presunta ingiustizia, riuscendo a guadagnare alla sua causa la corte, cosicché in un primo tempo la sua posizione era abbastanza solida.

Sollecitato dal patriarca Dioscuro di Alessandria, il successore, brutale e ambizioso, di Cirillo (dal 444) e sostenitore di Eutiche, limperatore Teodosio II convocò nel 449 un nuovo concilio generale a Efeso, il luogo dei trionfi cirilliani. Egli affidò la presidenza a Dioscuro, il quale, appoggiato dai suoi monaci e dalla casta militare imperiale, esercitò sui padri del concilio una pressione inaudita.
Ai legati papali fu negata la presidenza che essi reclamarono. Non fu ammessa la lettura degli scritti del papa, nemmeno della famosa lettera dogmatica Epistula ad Flavianum, nella quale Leone I, in armonia con la tradizione occidentale, aveva dato una eccellente esposizione della dottrina in questione: nonostante lunione delle due nature e sostanze nellunica persona di Cristo, non si verifica nessuna mescolanza delle due nature, ma anzi ciascuna di esse opera in collegamento con laltra quello che le è proprio.  Questa determinazione del papa significava ad un tempo il distanziamento di Roma dallalleanza con Alessandria esistita fino allora.

Lesito dellazione del sinodo fu quello che si poteva prevedere. Eutiche fu proclamato ortodosso, perché asseriva di attenersi ai sinodi di Nicea e di Efeso e di rigettare le eresie di Nestorio, Apollinare e gli altri; la dottrina delle due nature sussistenti dopo lIncarnazione fu ripudiata come innovazione non ammissibile.
Flaviano ed Eusebio furono destituiti, perché nelle loro speculazioni teologiche erano andati al di là del Nicaenum e dellEphesinum.

Subirono la medesima sorte anche altri vescovi che si erano mossi contro Eutiche o che comunque erano sospettati di nestorianesimo, in modo speciale Teodoreto di Ciro, Domno di Antiochia, Iba di Edessa. Flaviano subì persino maltrattamenti corporali; morì sulla via dellesilio dopo aver presentato un inutile appello al papa contro liniqua sentenza. Così pure appellarono al papa Eusebio e Teodoreto.

Ma il dominio dei monofisiti non fu di lunga durata. Il “latrocinium Ephesinum”, come lo chiama già papa Leone I in una lettera allimperatrice Pulcheria (451), venne rigettato da tutte le parti e nello stesso tempo si reclamò la convocazione di un nuovo concilio. Risposero a questo appello laugusta Pulcheria e il generale Marciano (450-57), che dopo limprovvisa morte di Teodosio II (luglio 450) aveva ottenuto il diadema e la mano della sorella dellimperatore.

Il concilio di Calcedonia

In Roma si desiderava in un primo tempo che il concilio si celebrasse in Italia, poi, in seguito allinvasione degli Unni nella Gallia, che per il momento non si celebrasse affatto. Ma limperatore lo convocò dapprima a Nicea, per trasferirlo già nellautunno del 451 a Calcedonia sul Bosforo, di fronte a Costantinopoli.
Questo quarto concilio ecumenico fu il più frequentato dellantichità cristiana: vi parteciparono oltre 600 membri, dei quali tuttavia solo cinque occidentali, cioè due vescovi africani e i tre legati papali.
Vi partecipò personalmente anche la coppia imperiale. Nella decisiva sesta sessione del 25 ottobre 451, in cui fu proclamato solennemente il decreto dogmatico, Pulcheria tenne persino la presidenza onoraria.

Lassemblea riconobbe come ecumenici i concili del 325, del 381 e del 431 e approvò il simbolo niceno e il niceno-costantinopolitano; rigettò, dopo violente discussioni, le decisioni del latrocinium Ephesinum e depose Dioscuro, mentre Teodoreto e Iba vennero reintegrati nella loro carica e Domno ricevette almeno un indennizzo.

La lettera dottrinale di Leone fu acclamata con entusiasmo e sulla base della stessa si fissò un simbolo, che contro le eresie di Nestorio ed Eutiche dichiara: «Noi insegniamo e professiamo un unico e identico Cristo, in due nature (?ν  δ?ο  φ?σεσιν), non confuse e non trasformate, non divise, non separate, poiché l?unione delle nature non ha soppresso la loro differenza, anzi ciascuna natura ha conservato le sue proprietà e si è unita con laltra in una unica persona (πρ?σωπον) e in ununica ipostasi».

Inoltre, si deve segnalare che nel canone 28° il concilio attribuisce al vescovo costantinopolitano (la cui città era stata riconosciuta come la “Nuova Roma” sin già dal primo concilio di Costantinopoli (can. 3°) e con un primato donore preceduto solo dal vescovo dellAntica Roma) il diritto di consacrare i metropoliti delle diocesi politiche del Ponto, delle province dellAsia e della Tracia. Tale cosa poneva la chiesa di Costantinopoli sul medesimo piano delle chiese di Roma, di Alessandria e di Antiochia: il suo vescovo divenne patriarca.

Reazioni dei monofisiti

La storia del monofisismo non termina col concilio di Calcedonia. NeI 452 limperatore Marciano decretò lesilio di Dioscuro e di Eutiche e promulgò editti severi contro i loro seguaci. Ma la condanna dei monofisiti urtò contro una resistenza ancora più accanita di quella dei nestoriani. Naturalmente il partito di opposizione non costituiva ununità compatta; infatti, accanto ai monofisiti intransigenti (eutichiani) ce nerano molti che, tenendo fermo il punto di vista sostenuto da Cirillo prima del 433, respingevano la formula calcedonese, perché intravedevano in essa un velato nestorianesimo. In realtà essi vanno considerati più come scismatici che come eretici.

Ma il movimento monofisita rappresentava per lImpero un pericolo gravissimo, in quanto nella Siria e in Egitto al contrasto religioso si congiungevano forti tendenze nazionali e politiche contrarie allellenismo e alla dominazione bizantina.
La situazione si fece in breve minacciosa; gli avversari della formula calcedonese riuscirono a impadronirsi dei patriarcati orientali. Il seggio di Gerusalemme fu occupato, almeno temporaneamente, dal monaco monofisita Teodosio (452-453). In Alessandria Proterio, il successore ortodosso di Dioscuro, fu assassinato in una sommossa popolare e sostituito da Timoteo Eluro (457-460), in Antiochia venne proclamato vescovo Pietro Fullone (470-471).

Il dominio di costoro, grazie allintervento dellimperatore Leone I (457-474), fu di breve durata; tuttavia ebbe unimportanza notevole, specialmente in Egitto, dove vennero insediati ovunque vescovi monofisiti.

Lo scisma acaciano

Il nuovo patriarca di Alessandria, Pietro Mongo, di sentimenti monofisiti, concordò col patriarca Acacio di Costantinopoli un simbolo nel quale si pronunciava lnatema contro Nestorio ed Eutiche, ma allo stesso tempo anche contro il concilio di Calcedonia e si dichiarava che norma di fede dovevano essere il simbolo niceno-costantinopolitano, i dodici Anatematismi di Cirillo e le definizioni di Efeso del 431.

Zenone pubblicò questa formula dottrinale sotto il nome di Henoticon con valore di legge statale in materia religiosa (482). Esso era destinato a realizzare lunità religiosa nellImpero; in pratica invece aggravò la scissione.
Infatti non solo molti cattolici, ma anche i monofisiti di severa osservanza rifiutarono tali mezze misure; in Alessandria essi presero il nome di acefali, perché ora, separati dal loro vescovo Pietro Mongo, erano rimasti senza capo. Quando, a causa dellHenoticon, nel 484 papa Felice II (III) lanciò la scomunica e la deposizione contro il vescovo di Costantinopoli, si arrivò perfino alla piena rottura fra Oriente e Occidente. 

Questo scisma, che prese il nome di scisma acaciano durò non meno di 35 anni (484-519).
In quel tempo il monofisismo si diffuse largamente in Oriente. Le trattative avviate con Roma sotto limperatore Anastasio I (491–518), dati i suoi sentimenti favorevoli ai monofisiti, non sortirono leffetto desiderato. In Oriente le polemiche aumentarono ancora dintensità per effetto della contemporanea controversia teopaschita (13).
(13: Il Teopaschismo (Θε?ς  = Dio); (π?σχω = soffro) è una concezione teologica di origine monofisita sorta appunto nel V secolo e attribuita a Pietro Fullone, secondo il quale Cristo, nella sua natura divina, avrebbe subìto la passione e morte, avendo essa trasformata in sé la natura umana passibile. Leresia, più volte riprovata (H. DENZINGER, Enchiridion symbolorum, 442, 491,504), fu colpita apertamente da un sinodo romano nell862 (DENZINGER, 635-6).)


Toccò allimperatore Giustino (518-527), consigliato dal suo intelligente nipote e futuro successore Giustiniano, il compito di ripristinare ancora una volta lunione con la Sede Apostolica (519).

Il papa Ormisda (514-523) accolse di buon grado lofferta di pace e mandò legati a Costantinopoli con una formula di unione, (Libellus Hormisdae), nella quale: il simbolo calcedonese e le lettere dogmatiche di Leone Magno venivano riconosciuti e si decretava lanatema contro Nestorio, Eutiche, Dioscuro ed altri capi monofisiti e loro seguaci.
Vi si dichiarava inoltre che in base alla promessa di Cristo «Tu sei Pietro», ecc. (Mt. 16,18) nella Sede Apostolica di Roma la religione cattolica si era conservata sempre immacolata, e infine vi si esprimeva il senso di subordinazione e di obbedienza alle decisioni romane (riconoscimento del primato papale, citato perciò dal concilio Vaticano I nella Constitutio dogmatica de Ecclesia Christi, pubblicata con la bolla Pastor aeternus: cfr. COD, 815-6).

I vescovi greci, con a capo il patriarca della capitale Giovanni II, dovettero sottoscrivere questa formula. Così lo scisma veniva composto, almeno esteriormente. Roma aveva riportato una vittoria importante; però in Egitto il monofisismo mantenne ancora il sopravvento.

Anche limperatore Giustiniano I (527-565) si adoperò intensamente, sia pure con scarso successo, per guadagnare al credo calcedonese i monofisiti dellImpero, mentre la moglie Teodora intrigava segretamente per favorirli. A cominciare dal VI secolo essi si suddivisero, specialmente in Egitto, in diversi partiti, che si combattevano aspramente a vicenda.

Ad onta di tutti gli sforzi ripetuti anche in seguito per convertire i monofisiti, leresia non si poté estirpare, tanto più che linvasione islamica del VII secolo staccò la Palestina, la Siria e lEgitto dall?Impero bizantino.
Il monofisismo si mantenne nellArmenia in Siria e Mesopotamia, in Egitto e nellAbissinia e fondò ovunque chiese nazionali: larmena, la sirogiacobita, la copto-egiziana e labissina, che si allontanarono sempre più dall?ellenismo anche culturalmente, e sussistono tuttora.

In Egitto i monofisiti presero e portano tuttora il nome di copti, vale a dire cristiani di vecchia stirpe egiziana, mentre gli ortodossi dellEgitto e della Siria, quasi tutti greci, ricevettero il nome di melchiti cioè imperiali (appartenenti alla Chiesa dellImpero).

In Siria e nei paesi vicini i monofisiti ebbero il nome di “giacobiti” da Jacob Baradai (quello della coperta da cavallo, così detto con riguardo al suo vestito lacero) vescovo di Edessa (541-578), che si adoperò senza posa e con grande successo per fondare e consolidare la chiesa monofisita e le diede un capo nel patriarca Sergio di Antiochia (544).
Fino a poco tempo addietro il patriarca (Catholicus) dei monofisiti siri risiedeva nel monastero di Zapharan nella Mesopotamia settentrionale, ora vive a Gerusalemme, mentre quello dei monofisiti armeni risiede dal 1443 a Etschmiadzìn nel Caucaso.



Grafici
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(Fine settima parte)
 

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permalink | inviato da RAGGIO DI LUCE il 1/4/2010 alle 13:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
1 aprile 2010
DOCUMENTI SU GESÙ-FONTI PAGANE
DOCUMENTI SU GESÙ
Fonti pagane

Possediamo notizie su Gesù nelle opere di alcuni scrittori latini.
Oltre a particolari propri, tutti ci attestano che egli è veramente
esistito.

PLINIO IL GIOVANE (62-114 d.C.). Quando era governatore della Bitinia,
in una lettera inviata all'imperatore Traiano nel 112, domanda come
debba comportarsi nei confronti dei cristiani. Brevemente riferisce
che alcune persone, una volta cristiane, ma poi allontanatesi dalla
Chiesa perché l'imperatore aveva proibito le associazioni segrete,
avevano fatto delle rivelazioni sui loro servizi religiosi. Al
riguardo riferisce: "Adfirmabant autem hanc fuisse summam vel culpae
suae vel erroris, quod essent soliti stato die ante lucem convenire
carmenque Christo quasi deo dicere..."
"Affermavano inoltre che tutto il loro crimine o errore sarebbe
consistito nel fatto che solevano riunirsi in un giorno determinato
della settimana, prima del sorgere del sole, e cantare un inno a
Cristo come a un Dio...".

Traiano risponde in modo tollerante: non ricercare i cristiani, ma se
denunciati non con lettera anonima, bisogna punirli se non accettano
di sacrificare agli Dei.
Un secolo più tardi Tertulliano rimprovererà all'imperatore la
illogicità di questa strana sentenza affermando: se ritieni colpevoli
i cristiani, perché non vai anche a cercarli? Se non li ritieni
colpevoli perché condanni quelli che vengono denunciati?

PUBLIO CORNELIO TACITO (55-120 d.C.). Verso il 116 Tacito, grande
storico romano, scrive la storia dell'impero tra gli anni 14 e 68 d.C.
servendosi anche delle Storie di Plinio il Vecchio, testimone della
caduta di Gerusalemme. Nei suoi Annali descrive tra l'altro l'incendio
di Roma verificatosi nell'anno 64. Incendio che il popolo attribuì a
Nerone il quale, per scagionarsi non trovò di meglio che accusare i
cristiani: "Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum
placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur ergo
abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit,
quos per flagitia invisos vulgus chrestianos appellabat austor nominis
eius Christus, Tiberio imperitante, per procuratorem Pontium Pilatum
supplicio adfestus erat". "Ma l'oltraggiosa convinzione che l'incendio
fosse stato ordinato non cessava né con mezzi umani, né con le
elargizioni sovrane, né con i sacrifici espiatori, per cui Nerone,
volendo mettere a tacere questa diceria, diede la colpa ad altri e
punì con raffinati supplizi coloro che la gente chiamava "crestiani" e
che, a causa delle loro scelleratezze, erano odiati da tutti. Questo
nome ha avuto origine da Cristo, che fu condannato a morte sotto il
regno di Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato".

CAIO SVETONIO TRANQUILLO (75-150 d.C.). In qualità di segretario
privato sotto l'imperatore Traiano e Adriano, aveva libero accesso
agli archivi imperiali. Scrisse verso il 120 la Vita dei dodici Cesari
nella quale a proposito di Claudio (41-54 d.C.) riferisce: "Judaeos,
impulsore Chresto, adsidue tumultuantes Roma expulit". "espulse da
Roma i Giudei i quali, istigati da un certo Crestos, provocavano
spesso tumulti". È molto probabile che con l'espressione "impulsore
Chresto " ci si riferisca a Cristo; ciò risulta dal fatto che era
usuale accanto a "Christus" anche la scrittura "Chrestos". Anche
Tacito parla di "Chrestiani" e dal contesto risulta cvidente che si
riferisce ai seguaci di Cristo.

MARA BAR SERAPION. Un manoscritto siriaco del VII secolo contiene il
testo di una lettera del siriano Mara Bar Serapion a suo fratello
Serapione. La lettera è certamente successiva al 73 d.C.: "Che
vantaggio trassero gli ateniesi dal condannare a morte Socrate?... gli
uomini di Samo dal bruciare Pitagora?... i giudei dal giustiziare il
loro sapiente Re? Fu proprio dopo tale [delitto] che il loro regno fu
distrutto [evidentemente la distruzione di Gerusalemme]. Dio
giustamente vendicò questi tre uomini saggi: gli ateniesi morirono di
fame; gli uomini di Samo furono sopraffatti dal mare; i giudei,
rovinati e cacciati dalla loro terra, vivono in completa diaspora. Ma
Socrate non morì per i buoni; continuò a vivere nell'insegnamento di
Platone. Pitagora non morì per i buoni; continuò a vivere nella statua
di Hera. Né morì per i buoni il Re sapiente; continuò a vivere
nell'insegnamento che aveva impartito" . A differenza dei precedenti
documenti, qui il riferimento a Gesù è indiretto, tuttavia il testo
che presenta Socrate e Pitagora quali personaggi storici, pone accanto
a loro come figura storica anche il "saggio Re" dei Giudei. Questi non
può essere che Gesù di Nazaret, il quale fu giustiziato (crocifisso) e
con il suo messaggio dette "nuove leggi" all'umanità.

Fonti giudaiche

Le fonti giudaiche non riportano molte notizie su Gesù e in genere
dimostrano un atteggiamento ostile.

TALMUD BABILONESE. È una raccolta di riflessioni e di tradizioni
ebraiche. "Viene tramandato: Alla vigilia (del sabbat e) della pasqua
si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò
gridando nei suoi confronti: "Egli (Jesu il nazareno) esce per essere
lapidato, perchè ha praticato la magia e ha sobillato e deviato
Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l'arrechi
per lui". Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla
vigilia (del sabbat e) della pasqua". Il Talmud riporta notizie su
Gesù non conformi a verità, però è importante perché indica come data
della morte di Cristo il 14 di Nisan, la stessa segnalata nel vangelo
di Giovanni.

GIUSEPPE FLAVIO. Storico di rilievo della nazione giudaica. Nato a
Gerusalemme nel 37 da famiglia di stirpe sacerdotale, abitò a lungo in
questa città. Conobbe la prima comunità cristiana di cui si interessò
con atteggiamento critico. Passato al servizio della dinastia dei
Flavi, partecipò con i romani alla distruzione di Gerusalemme
nell'anno 70. Nella sua opera Antichità giudaiche, pubblicata a Roma
intorno al 93, si trovano due passi importanti.

1° testo: "A quell'epoca visse Gesù, un uomo sapiente (se uomo lo si
può chiamare). Egli operò cose mirabili (ed era maestro di quegli
uomini che accolgono con gioia la verità). Molti Giudei e pagani egli
attrasse a sé. (Egli era il Messia). E quando su accusa dei nostri
uomini più autorevoli Pilato lo ebbe condannato alla morte di croce,
coloro che lo avevano amato, non desistettero. (Egli infatti apparve
loro vivente il terzo giorno, come avevano annunziato di lui, fra
mille altre cose mirabili, i Profeti inviati da Dio). E fino ad oggi
non è più venuta a cessare la comunità di coloro che da lui traggono
il nome di Cristiani". Questo testo, riportato in tutti i codici
antichi, è importante per attestare la storicità di Gesù, ma contiene
alcune espressioni che con molta probabilità furono interpolate da
mano cristiana e sono quelle incluse tra parentesi. Sorprende infatti
una testimonianza a favore della messianità di Gesù da parte di un
giudeo ostile alla nuova religione.
A conferma del tenore originale del testo esiste una versione araba
(pubblicata nel 1971). Essa è particolarmente degna di fede, in quanto
è stata riportata da un ambiente cristiano che non aveva certo
interesse a ridurre la figura di Gesù. "In questo tempo ci fu un uomo
saggio che era chiamato Gesù. La sua condotta era buona ed era noto
per essere virtuoso. E molti fra i giudei e fra le altre nazioni
divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a
morire. Ma quelli che erano diventati suoi discepoli non abbandonarono
il suo discepolato. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre
giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo; forse, perciò, era il
Messia, del quale i profeti hanno raccontato meraviglie" .

2° testo: "Il Sommo Sacerdote Anna riuni il Sinedrio a giudizio e fece
comparire davanti ad esso Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo, e
con lui alcuni altri, e li condannarono a morte mediante lapidazione".
Si tratta di Giacomo, capo della comunità di Gerusalemme, lapidato
nella Pasqua del 62 e denominato anche da S. Paolo " fratello del
Signore " (E' molto probabile che si tratti di un "vero fratello" di
Gesù; và però ricordato che in aramaico sono chiamati fratelli anche i
parenti prossimi).
Ci si può domandare perché le fonti non cristiane siano così esigue a
proposito di Gesù. Benché le testimonianze che possediamo siano
sufficienti a renderci certi della sua esistenza, è possibile
rispondere a questo interrogativo citando quanto scrive Vittorio
Messori: "Nessuno di quegli scrittori avrebbe potuto occuparsi di lui
[Gesù] se non per inciso. Essi parlano di coloro che furono "re"
nell'ordine della forza e della sapienza. Le tracce che Gesù ha
lasciato non sono quelle su cui si basa la storia ufficiale: palazzi
reali, templi, monete con il suo nome e il suo profilo, segni di
guerre e di conquiste. Egli ha lasciato solo un elemento impalpabile,
in apparenza insignificante: la sua parola, affidata a un gruppo di
rozzi provinciali. Non è un caso, infatti, che le testimonianze
antiche più che di lui parlino degli effetti "politici" della sua
esistenza. Gli storici, cioè, non hanno colto il Cristo, confuso
com'era nel torrente delle vicende orientali. Hanno notato invece il
cristianesimo, che andava organizzandosi come vivace e inquietante
"gruppuscolo" che era impossibile disperdere" .

Fonti cristiane

Se i documenti giudaici e pagani attestano l'esistenza storica di
Gesù, è a quelli cristiani che dobbiamo rivolgerci per conoscere chi
sia veramente Gesù, la sua vita, il suo messaggio. Le fonti cristiane,
ossia i 27 libri del Nuovo Testamento, costituiscono la documentazione
più antica ed autorevole.

I VANGELI

In quattro redazioni diverse ci mettono in contatto con la figura
storica di Gesù e con il suo insegnamento, ossia con quello che Gesù
ha detto e fatto nella sua vita pubblica, fino alla sua morte e
risurrezione.

Scritti in greco nella seconda metà del I secolo, vennero attribuiti
dalla antica tradizione a quattro autori diversi. Due apostoli: Matteo
e Giovanni; due discepoli di apostoli: Marco e Luca.
Matteo e Luca iniziano dalla nascita di Gesù, Marco dalla predicazione
del Battista, Giovanni dalla preesistenza di Gesù come Verbo presso
Dio.

La più antica testimonianza è quella di Papia, vescovo di Gerapoli.
Nella sua opera scritta verso il 120 (ampiamente citata da Eusebio)
riferisce esplicitamente che Matteo, Marco e Giovanni scrissero un
vangelo. L'importanza storica di tale attestazione è dovuta al fatto
che Papia stesso dichiara di aver attinto le sue informazioni
direttamente dai discepoli degli apostoli.

Ireneo, nato a Smirne verso il 130, fu discepolo del vescovo Policarpo
(a sua volta discepolo diretto dell'apostolo Giovanni). Trasferitosi
con la comunità cristiana a Lione, ne divenne vescovo. Fu dunque un
testimone qualificato sia della Chiesa orientale che di quella
occidentale. Scrive verso il 180: "Matteo, che stava tra gli Ebrei,
pubblicò il vangelo in ebraico mentre Pietro e Paolo evangelizzavano
Roma, e vi fondarono la Chiesa. Dopo la partenza di questi, anche
Marco, il discepolo e l'interprete di Pietro, trascrisse ciò che
Pietro aveva insegnato, e Luca, compagno di Paolo, redasse il vangelo
annunziato da quello. Di poi Giovanni, discepolo del Signore che
riposò sul suo petto, pubblicò il suo vangelo dimorando a Efeso
nell'Asia".

Sempre nel secolo II merita attenzione la testimonianza di Giustino,
martire a Roma nel 165. Nella prima Apologia e nel Dialogo con Trifone
parla delle "memorie degli apostoli" e precisa che si chiamano
vangeli.
Il Canone Muratoriano, elenco dei libri sacri risalenti al II secolo
(ritrovato da L. Muratori e attualmente alla Biblioteca Ambrosiana di
Milano), mutilo nella parte riguardante Matteo e Marco, menziona
espressamente Luca e Giovanni.

Altri scritti anche più antichi dei precedenti, come la Didaché, una
specie di catechismo databile verso la fine del primo secolo, e la
lettera di Clemente Romano, citano già i quattro vangeli come libri
sacri, anche se non hanno occasione di parlare dei loro autori.

Inoltre il nome degli evangelisti risulta dalle opere di Clemente
Alessandrino, Tertulliano, Origene, composte verso il 200.

Da ciò che si è detto qui in breve si rileva che a metà del II secolo
la comunità cristiana primitiva conosceva i quattro vangeli e dava
loro importanza storica come a libri provenienti dal tempo degli
apostoli e come documenti che procedevano dalla trasmissione orale di
essi.

ATTI DEGLI APOSTOLI

Con il terzo vangelo in principio costituirono una sola opera che noi
oggi intitoleremmo "Storia delle origini cristiane". Negli Atti
infatti, viene presentato lo sviluppo della Chiesa fondata da Gesù,
nei suoi momenti essenziali sotto l'azione dello Spirito Santo.
L'arco di tempo considerato va dall'anno 30 al 63.
È riportato il primo annuncio su Gesù fatto da Pietro ai suoi
contemporanei, quando ancora questo poteva essere controllato dai
testimoni oculari dei fatti. La separazione dal testo del vangelo
avvenne quando i cristiani desiderarono possedere i quattro vangeli in
un solo codice. Ciò dovette avvenire molto presto, prima del 150.
L'autore degli Atti è identificato concordemente dalla tradizione
della Chiesa con Luca. Lo dimostra la testimonianza del Canone
Muratoriano, del Prologo antimarcionita, di Ireneo, degli scrittori
alessandrini e di Tertulliano.

LETTERE DI S. PAOLO

L'apostolo delle genti ci è noto, più di qualsiasi altra personalità
del N.T., dalle sue Lettere e dagli Atti degli Apostoli, due fonti
indipendenti che si confermano e si completano vicendevolmente. Da
accanito persecutore della giovane Chiesa cristiana, fu
improvvisamente convertito sulla via di Damasco dall'apparizione di
Gesù risorto che, manifestandogli la verità della fede cristiana, gli
annunciò la sua speciale missione di apostolo dei pagani. Le sue
lettere (redatte tra il 50 e il 67 circa) contengono tutte una stessa
dottrina fondamentale incentrata intorno al Cristo morto e risorto,
dottrina che si adatta, si sviluppa e si arricchisce secondo
particolari esigenze pastorali. Lo stesso Paolo dichiara di aver
confrontato la sua fede e averne ricevuta l'approvazione da Pietro e
dagli altri Apostoli.

Fanno parte del N.T. anche le Lettere cattoliche e l'Apocalisse. Non
ci informano direttamente sulla vita di Gesù, ma si interessano dei
problemi riguardanti le prime comunità cristiane. Ne suppongono
tuttavia l'esistenza come una realtà da tutti ammessa e conosciuta.

Vangeli apocrifi

Sono scritti posteriori ai vangeli. Benché redatti ad imitazione di
essi, ne risultano profondamente diversi.
Infatti molto spesso oltre ad inesattezze storiche, cedono con
eccessiva frequenza al bisogno del fantastico e del miracolistico e
alla necessità di dare un fondamento a talune eresie.
Scritti da autori ignoti, per dar loro maggior credito sono stati a
volte falsamente attribuiti a qualche apostolo (es. Protoevangelo di
Giacomo, Vangelo di Pietro, di Tommaso, ecc.). Se da una parte
manifestano il loro aperto carattere leggendario, dall'altra
confermano l'esistenza storica di Gesù e l'interesse notevole
suscitato dalla sua persona.
Non si può tuttavia escludere che contengano qualche ricordo autentico
su Gesù.
La Chiesa non li ha mai accettati perché privi di autorità storica.
Questo rifiuto rivela la preoccupazione di conservare e trasmettere
inalterati i testi autentici dei quattro vangeli, dichiarati canonici,
ossia normativi per la fede cristiana di tutti i tempi.

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LA CRONOLOGIA DELLA VITA DI GESÙ

Dai documenti citati risulta certa l'esistenza storica di Gesù. Anzi,
basandoci sui vangeli è possibile fissare con approssimativa sicurezza
alcune date riguardanti la sua vita. Al riguardo occorre premettere,
come vedremo meglio in seguito, che gli evangelisti non si sono
preoccupati di redigere una biografia accurata e ricca di dati
cronologici, ma hanno voluto presentare "l'evento" Gesù e il suo
messaggio. Quindi lo schema cronologico da essi usato è fondato nella
storia anche se risulta molto semplificato perché adattato allo scopo
catechetico che si erano prefissi.

Gesù nacque prima della morte di Erode il grande. "Gesù nacque a
Betlemme di Giudea al tempo del re Erode" (Mt 2,1).

Secondo i computi del dotto monaco Dionigi il Piccolo (morto a Roma
intorno al 550), che i Papi medievali fecero propri, Cristo sarebbe
nato nell'anno 754 dopo la fondazione di Roma; egli designò pertanto
quest'anno come l'anno I della nuova numerazione, rimasta in uso fino
ad oggi: ma si è scoperto che il suo computo era sbagliato: Erode il
Grande, che era ancora sul trono al tempo della nascita di Gesù, è
morto nell'anno 750 della fondazione di Roma". Gesù nacque pertanto
qualche anno prima, cioè circa il 6 a.C.

"In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il
censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando
era governatore della Siria Quirinio" (Lc 2,1-2). Il censimento
indetto dall'imperatore Ottaviano Augusto è un altro riferimento per
stabilire la data della nascita di Gesù. Secondo Luca questo
censimento a scopo tributario ebbe luogo sotto l'imperatore Augusto
(30 a.C.-14 d.C.) e il governatore Quirinio; questi ha amministrato la
Siria due volte. Ci si può domandare se non avesse già iniziato il
censimento alla fine del primo periodo di governo, ossia verso il 7
a.C.

I vangeli non dicono nulla circa il mese e il giorno della nascita di
Gesù. La scelta del 25 dicembre risale alla fine del regno di
Costantino (morto nel 337) in sostituzione della festa pagana dedicata
al "natale del Sole invitto". La Chiesa trasformò così la solennità
pagana del dio Sole nella festa dell'apparizione del vero " sole di
giustizia" Cristo che "illumina ogni uomo". Nell'antico "cronografo"
del 354 al 25 dicembre si legge questa nota: "Ottavo giorno delle
Calende di gennaio: Cristo nasce a Betlemme di Giudea".

Inizio e durata della vita pubblica "Nell 'anno decimoquinto
dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore
della Ciudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello,
tetrarca dell'lturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca
dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio
scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1-2).

"Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent'anni" (Lc
3,23).

Luca colloca l'anno quindicesimo di Tiberio come data di inizio del
ministero di Giovanni il Battista. Poco dopo Gesù ricevette il
battesimo e iniziò a sua volta la vita pubblica. Poiché l'imperatore
Augusto è morto l'anno 14 della nostra epoca, l'anno quindicesimo di
Tiberio è il 27-28 d.C.

Lo stesso dato trova conferma in un particolare conservato nel quarto
vangelo: durante la prima pasqua di Gesù a Gerusalemme i Giudei gli
obiettano: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni...
'' (Gv 2,20). Ora poiché Erode intraprese la ricostruzione del Tempio
attorno all'anno 19 a.C., l'inizio del ministero pubblico di Gesù,
quarantasei anni dopo, può stare sugli anni 28-27.

Più complessa è la questione riguardante la durata del ministero
pubblico di Gesù: un anno, due, tre? I Sinottici [Matteo, Marco,
Luca] ... schematizzano il ministero pubblico in una narrazione che
sembra stare nello spazio di un anno. Il quarto vangelo invece parla
esplicitamente di tre pasque (2,13; 6,4; 11,55), per cui si impone un
ministero pubblico della durata di due anni e alcuni mesi. Questo
vangelo è oggi riconosciuto come il più esatto nella datazione.

Infine, è assolutamente certo che Gesù morì il giorno di Parasceve
[preparazione del sabato], venerdì.
Stando ai sinottici quel venerdì era il giorno solenne di Pasqua, il
15 del mese di Nisan, per cui Gesù la sera precedente fece la Cena
pasquale con i discepoli (non dimentichiamo che il giorno si
computava, allora come oggi in Israele, da un tramonto all'altro).
Secondo Giovanni invece quel venerdì era la vigilia di un sabato
solenne [la Pasqua], e soltanto a sera, al tramonto, i Giudei
avrebbero immolato l'agnello e fatta la Cena pasquale.
Le due fonti sembrano contraddirsi, ed è necessario procedere alla
ricerca di una soluzione.
Leggendo attentamente i sinottici riscontriamo dei dati che farebbero
pensare che veramente quel venerdì non fosse il giorno di Pasqua, ma
un giorno feriale. Infatti ci sono delle guardie armate (Mc 14,47), un
uomo viene dal lavoro dei campi (15,21), un altro compera un lenzuolo
(15,46); tutte azioni vietate nel grande giorno di Pasqua. Pertanto
bisogna ancora una volta stare alla cronologia del quarto vangelo:
quel venerdì era la vigilia di Pasqua, il 14 Nisan.
Ma allora come si spiega la Cena pasquale al giovedì anzichè al
venerdì sera?... forse Gesù anticipò di un giorno al Cena perchè
presagiva che il giorno seguente avrebbe celebrato la Pasqua immolato
sulla croce.

Poiché il 14 Nisan corrisponde al 7 aprile dell'anno 30, questa è, a
giudizio degli studiosi, la data più probabile della morte di Gesù.
Non deve stupire questa discordanza dal momento che, come si è già
accennato, i vangeli non sono una cronaca. Tali divergenze segnalano
semmai come gli evangelisti si attengano fedelmente alle loro fonti,
senza cercare di accordarle forzatamente tra di loro.

http://gesustorico.altervista.org/gesupersonaggiostorico.htm


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CULTURA
1 aprile 2010
VANGELO SECONDO MATTEO-VERITÀ STORICA

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

AUTORE, TEMPO DI COMPOSIZIONE
E VERITÀ STORICA
DEL VANGELO SECONDO MATTEO

 

Ai seguenti dubbi presentati, la Pontificia Commissione biblica ha deciso di rispondere come segue:

I. Visto il consenso universale e costante fin dai primi secoli nella Chiesa, come chiaramente dimostrato da esplicite testimonianze dei Padri, dai titoli dei manoscritti dei Vangeli, dalle versioni più antiche dei Libri sacri, dai cataloghi che ci lasciarono i santi Padri, gli scrittori ecclesiastici, i sommi Pontefici e i Concili, ed infine dall'uso liturgico della Chiesa orientale e occidentale, si può e si deve affermare con certezza che Matteo, apostolo di Cristo, sia veramente l'autore del Vangelo divulgato con il suo nome?

Risposta: Sì.

II. Bisogna ammettere come sufficientemente fondata dal suffragio della tradizione l'opinione che Matteo abbia preceduto nello scrivere gli altri evangelisti, e che abbia scritto il primo Vangelo nella lingua nativa utilizzata allora dai giudei palestinesi, ai quali era indirizzata la tale opera?

Risposta: Sì per entrambe le parti.

III. La redazione di questo testo originale può essere posticipata a dopo la distruzione di Gerusalemme, così che le profezie che vi si leggono su questa distruzione sono state scritte dopo l'evento: ovvero, la testimonianza di Ireneo che si suole allegare (Advers. haeres., lib. III, cap. I, n. 2), di interpretazione incerta e controversa, deve essere considerata di così tanto peso da obbligare a rigettare l'opinione di coloro che, più in conformità con la tradizione ritengono che questa redazione sia stata compiuta prima ancora dell'arrivo di Paolo a Roma?

Risposta: No per entrambe le parti.

IV. Si può sostenere o ritenere probabile l'opinione di certi moderni secondo la quale Matteo non avrebbe composto propriamente e strettamente parlando un Vangelo quale a noi è stato tramandato, ma soltanto una raccolta di alcuni detti o discorsi di Cristo che sarebbero poi serviti come fonte ad un altro autore anonimo che essi considerano il redattore dello stesso Vangelo?

Risposta: No.

V. Dal fatto che i Padri e tutti gli scrittori ecclesiastici, anzi la Chiesa stessa fin dalla sua origine hanno utilizzato come canonico unicamente il testo greco del Vangelo conosciuto sotto il nome di Matteo, e senza eccettuare coloro che affermarono espressamente che l'Apostolo Matteo lo aveva scritto nella lingua nazionale, si può dedurre con certezza che questo Vangelo greco è identico, quanto alla sostanza, a quello scritto dal medesimo apostolo nella lingua nazionale?

Risposta: Sì.

VI. Dal fatto che l'autore del primo Vangelo ha principalmente uno scopo dogmatico e apologetico, cioè di dimostrare ai Giudei che Gesù è il Messia preannunciato dai profeti, generato dalla stirpe di Davide ed inoltre dal fatto che nel disporre i fatti e i detti che narra e riferisce, non sempre rispetta l'ordine cronologico, si può dedurre che tutto questo non è da accogliersi come vero; oppure si può anche affermare che le narrazioni delle azioni e dei discorsi di Gesù che si leggono nello stesso Vangelo, hanno subito qualche alterazione e adattamento sotto l'influsso delle profezie dell'Antico Testamento e di uno stato più sviluppato della Chiesa, e pertanto non sono conformi alla verità storica?

Risposta: No per entrambe le parti.

VII. Bisogna in particolare, considerare destituite di solido fondamento le opinioni di coloro che dubitano dell'autenticità storica dei due primi capitoli, nei quali vengono narrate la genealogia e l'infanzia di Cristo, come anche di qualche espressione di grande importanza dogmatica, come sono quelle relative al primato di Pietro (Mt 16,17-19), alla forma del battesimo data agli apostoli insieme alla universale missione di predicare (Mt 28,19s.), alla professione di fede degli apostoli sulla divinità di Cristo (Mt 14,33), e altre simili che in Matteo si trovano in modo particolare enunciate?

Risposta: Sì.

Il giorno 19 giugno 1911, nell'udienza benignamente concessa ai due Reverendissimi segretari consultori sottoscritti, il nostro Santo Padre Pio Pp. X ha ratificato le suddette risposte e ha comandato di pubblicarle.

Roma, 19 giugno 1911.

Fulcrano VIGOUROUX, P.S.S.
Lorenzo JANSSENS, O.S.B.

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_19110619_vangelo-matteo_it.html


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CULTURA
1 aprile 2010
Quando sono stati scritti i Vangeli?
Il cammino cristiano




Quando sono stati scritti i Vangeli?

 

Una domanda che di tanto in tanto viene posta dalla gente è: "Se il Nuovo Testamento è stato scritto così tanto tempo dopo la morte di Cristo, come potete avere tanta fiducia nella narrazione della Sua vita?"


Nel datare i vangeli, la tendenza di diversi critici è di collocarli dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (anno 70 dopo Cristo). Spesso si sente affermare che il Nuovo Testamento non è altro che l'espressione dei credi delle prime chiese 50-80 anni dopo la morte di Gesù. Se così fosse, dovremmo constatare l'influenza del pensiero ellenistico sul messaggio del Nuovo Testamento. In realtà, le prove storiche indicano che i libri neotestamentari furono scritti poco tempo dopo la morte di Cristo.

Ad esempio, il libro degli Atti, in cui è registrata l'attività missionaria della chiesa primitiva, fu redatto da Luca, scrittore dell'omonimo vangelo. Il libro degli Atti termina con l'apostolo Paolo ancora vivente, a Roma.
Questo libro può allora essere stato scritto prima della morte di Paolo, dal momento che gli altri maggiori eventi della sua vita vi sono narrati. Alcune prove indicano che Paolo fu messo a morte durante la persecuzione voluta da Nerone nel 64 d.C., pertanto è probabile che il libro degli Atti sia stato scritto prima di quell'anno.

Il vangelo di Luca, essendo stato scritto prima del libro degli Atti, dallo stesso scrittore, dev'essere dunque stato composto tra la fine del 50 e l'inizio del 60 d.C.. La morte di Cristo ebbe luogo intorno all'anno 30 d.C., il che porta la data di composizione del vangelo di Luca al massimo entro 30 anni da quegli eventi.

La chiesa primitiva generalmente insegnava che i primi vangeli ad essere stati redatti erano quelli di Marco e di Matteo, il che ci porta ancora più vicini al tempo di Cristo. Questo ci induce a ritenere che i primi tre vangeli furono tutti composti nell'arco di 20-30 anni dal tempo in cui ebbero luogo questi eventi, un periodo in cui gli oppositori dell'epoca erano in vita e potevano facilmente contraddire la loro testimonianza se non fosse stata accurata.

Recentemente, lo studioso J. Robinson (un noto teologo liberale) ha evidenziato - in uno studio di 380 pagine e 1300 note conclusive - che la datazione dei libri del Nuovo Testamento risale a molto prima di quanto diversi studiosi odierni pensano. Robinson ha dimostrato che l'intero Nuovo Testamento può essere stato completato prima dell'anno 70 d.C., dunque nel pieno del periodo in cui vivevano gli scrittori dei vangeli. Le prove indicano che i documenti furono scritti a brevissima distanza dagli eventi. Recentemente, un altro studioso, J. W. Wenham, ha pubblicato uno studio dettagliato in cui giunge alle stesse conclusioni di Robinson.

Robinson sottolinea che nel Nuovo Testamento non vi è alcun riferimento alle persecuzioni di Nerone nel 64 d.C., né all'uccisione di Giacomo, il fratello di Gesù, nel 62 d.C.; non viene neanche menzionata la rivolta dei Giudei contro i Romani, iniziata nel 66 d.C., né quell'evento catastrofico che fu la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C..
Con tutta probabilità il Nuovo Testamento è stato completato prima del 70 d.C., forse anche prima del 64 d.C.. Si consideri infatti che la caduta del Tempio di Gerusalemme avrebbe alimentato la predicazione cristiana del messaggio che Gesù sostituiva il sistema sacrificale del Tempio (cfr. Giovanni 1:29, Ebrei 10:11 e segg.), e quindi il Nuovo Testamento avrebbe sicuramente fatto riferimento alla sua distruzione come avvenimento passato, se si fosse già verificata al tempo della stesura.

Dall'esame della coerenza interna, inoltre, lo studioso Tresmontant, fa notare come, ad esempio, in Giovanni 5:2 si legge che "a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c'è [non "c'era", verbo estin in greco] una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici". Non avrebbe avuto senso dire questo se il libro fosse stato redatto dopo la distruzione di Gerusalemme, in quanto essa fu ridotta a un cumulo di pietre come Gesù aveva profetizzato decenni prima (cfr. Marco 13:1-2).

Nello studio di Robinson, 60 pagine e qualche centinaio di note sono dedicate alle prove della datazione dei seguenti libri del Nuovo Testamento:

1 Tessalonicesi: anno 45-50 d.C.
2 Tessalonicesi: anno 50-51
1 Corinzi: anno 55
1 Timoteo: anno 55
2 Corinzi: anno 56
Galati: anno 56
Romani: anno 57
Tito: anno 57
Filippesi: anno 58
Colossesi: anno 58
Efesini: anno 58
2 Timoteo: anno 58

Giacomo: 47-48 circa
Giuda: 61-62 circa
Pietro: 61-62 circa
Atti: 57-62 circa
2,3 e 1 Giovanni: periodo 60-65 circa
1 Pietro: anno 65

Marco: tra il 45-60
Matteo: tra il 40-60+
Luca: entro il 57-60+
Giovanni: probab. periodo 40-65+

 


Tra gli altri studiosi, anche Carsten P. Theide identifica e data i frammenti del Vangelo di Marco (7Q5) intorno all'anno 50 d.C., e stabilisce per gli altri libri una datazione molto simile a quella risultata dagli studi di Robinson.
Alle stesse conclusioni sono giunti anche C. Tresmontant, basandosi sull'analisi del linguaggio e sulle prove archeologiche, e successivamente J. Carmignac, filologo e famoso studioso di testi ebraici e dei rotoli del Mar Morto.

Orchard e Riley datano Matteo al 43 d.C., mentre Gunther Zuntz, un'autorità internazionale sul mondo ellenico, data Marco a non più tardi del 40 d.C. (dunque prima ancora di quanto sostenuto da Robinson).
K.L. Gentry, D. Chilton, e lo stesso Robinson, concludono inoltre che anche l'ultimo dei libri neotestamentari, il libro dell'Apocalisse, sia stato completato prima dell'anno 70 d.C..

La dott.ssa Eta Linnemann, che era stata in passata una critica negativa del Nuovo Testamento sulla scia di Rudolf Bultmann e Ernst Fuchs, ha rinnegato quelle convinzioni e ora esorta i propri lettori a "cestinare" le sue opere precedenti; ha scritto diversi saggi che demoliscono le posizioni dei moderni critici. Ella scrive:

 

Facciamo notare, infine, che molti critici dimenticano che i vangeli non potevano non venire scritti immediatamente dai primi Cristiani. Le prime comunità cristiane, infatti, provenendo dalla "Religione del Libro" (il Giudaismo), non potevano ignorare la necessità di scrivere accuratamente la storia di Gesù per confermarla da un punto di vista autorevole (quello apostolico), per far conoscere il messaggio ad essi affidato da Cristo, e per proteggerlo da false rappresentazioni ad opera di eretici, che esistevano anche al tempo apostolico.

"I testimoni oculari (tanto quelli ostili quanto quelli favorevoli) non scomparvero dalla scena in un lampo dopo due decenni. Molti verosimilmente sono sopravvissuti fino alla seconda metà degli anni 70 d.C... Chi in quel periodo avrebbe osato manomettere la 'tradizione primitiva' tanto da renderla irriconoscibile?"

Non vi è alcun motivo di credere che solo successivamente qualche discepolo degli apostoli abbia raccolto gli scritti apostolici e prodotto il Nuovo Testamento.
Gli apostoli Giovanni e Paolo incoraggiavano i Cristiani a leggere e a diffondere i loro scritti che già circolavano tra le chiese. L'apostolo Pietro scrisse: "So che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come il Signore nostro Gesù Cristo mi ha fatto sapere. Ma mi impegnerò affinché dopo la mia partenza abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose. Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà" (2 Pietro 1:14-16).
Più avanti nella stessa epistola, egli convalida l'opera di Paolo e ne conferma l'uso come Scrittura canonica da parte della chiesa cristiana: "...come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; e questo egli fa in tutte le sue lettere, in cui tratta di questi argomenti. In esse ci sono alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture" (2 Pietro 3:15,16).

Possiamo pertanto concludere che anche dal punto di vista storico la descrizione di Gesù Cristo offerta dai testimoni oculari che hanno scritto i vangeli è affidabile. E noi cristiani abbiamo constatato la verità delle parole del Nuovo Testamento e riconosciamo con l'apostolo che "queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (Giovanni 20:31).

 


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CULTURA
1 aprile 2010
I Vangeli sono autentici?
I Vangeli sono autentici?
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I Vangeli sono antichissimi
Va detto che di nessun libro, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, possediamo (come del resto di nessuna opera letteraria del mondo classico) il manoscritto originale dell'autore, il cosiddetto «autografo». Questo si spiega principalmente con il fatto che, essendo gli scritti riportati su fragili papiri, erano soggetti ad un rapido deterioramento.
Per di più, nessun testo profano fu perseguitato dalle autorità civili come gli scritti cristiani, a causa della legge imperiale che ordinava la consegna dei libri sacri. L'opera fu così profonda da creare il termine di « traditore» da tradere (consegnare), per coloro che avevano ceduto a questa imposizione.
Abbiamo tuttavia copie antichissime dei manoscritti originali, i cosiddetti «testimoni».
Da questi risulta che:

1. I Vangeli risalgono al I secolo.
Infatti sono citati da autori del I e del II secolo che riferiscono già una tradizione.
2. I Vangeli contenuti nei grandi codici del 300 sono fedeli a quelli del I secolo.
Infatti confrontando fra di loro codici, papiri, terrecotte, citazioni, versioni, ecc. (scritti in regioni ed ambienti assai diversi e distanti fra loro), non emergono varianti sostanziali. Segno dunque che derivano tutti da un'unica fonte: I'originale del I secolo. Diversamente si avrebbero delle redazioni discordi. Le ricerche della critica testuale hanno permesso la ricostruzione di un testo il più possibile vicino all'originale. Abbiamo così le edizioni critiche del N.T. accettate unanimemente dagli studiosi. Es. quelle di K. Aland, C. M. Martini,...

I Vangeli, testi privilegiati rispetto a tutti i libri dell'antichità
La critica testuale conferma inoltre che i più antichi manoscritti dei vangeli in nostro possesso sono di pochi decenni posteriori agli stessi originali.
Ad es., tra la data di composizione del vangelo di Giovanni (95 d.C.) e il manoscritto più antico pervenutoci vi è appena la distanza di trent'anni.
E tra il testo completo del Nuovo Testamento, contenuto nei grandi codici di pergamena, e gli originali vi intercorrono appena 200-250 anni mentre per i poeti e scrittori latini la distanza ammonta a 800-1100 anni. Anche nel caso più fortunato del poeta romano Virgilio l'intervallo tra la stesura dell'originale e la copia più antica che possediamo è di ben 350 anni.

Concludendo
Pochi scritti tra tutti quelli che esistono, sono stati così studiati, analizzati, discussi quanto i testi dei vangeli. Grazie ad essi il messaggio cristiano si trova, dal punto di vista storico, in una posizione di grandissimo vantaggio rispetto ad ogni altro movimento o fatto religioso dell'antichità.
Inoltre, la conclusione che si impone da un punto di vista di critica storica è che l'applicazione dei criteri di storicità ai testi evangelici prova che la quasi totalità del materiale contenuto risulta come autenticamente appartenente a Gesù.
Non si può affermare che «di Gesù di Nazaret non si sa nulla o quasi nulla». Un'affermazione simile al giorno d'oggi non è più sostenibile.
 
 

http://www.informacristo.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=162
 

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CULTURA
1 aprile 2010
I VANGELI

I VANGELI

I quattro Vangeli - scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni - sono la «Magna charta» del Cristiano, perché essi ci testimoniano l'esistenza, l'opera e l'insegnamento di Gesù.

Gesù stesso consacra i Vangeli come il Sui messaggio eterno di salvezza, supe­riore ad ogni altro messaggio umano «Il cielo e la terra (ossia qualsiasi dottrina che nasce dalle creature) passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13,31).

Ecco perché dobbiamo anzitutto conoscere come sono nati i Vangeli; poi dobbiamo accertarci che gli Autori furo­no bene informati e sinceri, ossia che quanto essi dicono è veramente avvenu­to nella storia; e, infine, dobbiamo dare le prove che i loro scritti sono giunti integri fino a noi.

I - COME E QUANDO SONO NATI I VANGELI

Le persone che sono vissute con Gesù in Palestina 2000 anni fa, che hanno ascoltato le sue parole, che hanno assi­stito ai suoi miracoli, che l'hanno visto morire in croce, e poi l'hanno rivisto risorto, non hanno potuto tacere questa loro esperienza straordinaria, ma l'han­no raccontata a voce a quante più per­sone potevano e, appena fu loro possibi­le, hanno messo questi fatti per iscritto, affinché nulla andasse perduto.

É nata così, tra i discepoli di Gesù, cioè nella prima Comunità cristiana, una "tradizione orale" di quello che Gesù ha fatto ed ha detto, tradizione che, attraversando i secoli, è giunta fino a noi nella Chiesa (1);

(1) Si comprende quindi come l'autentica "fonte" dei fatti e delle verità contenute nei Vangeli è la "Tradizione orale" dalla quale i Vangeli stessi derivano.

Si comprende anche come l'autentica interpretazione dei Vangeli spetta alla Chiesa (ossia agl Apostoli con a capo Pietro e ai loro successori, i Vescovi con a capo il Papa), depositaria unica della Tradizione.

 

e che fu subito messa per iscritto nei quattro libretti che noi chiamiamo "Vangeli"

Ciò premesso, seguendo gli studi del celebre Padre Carmignac, possiamo così ricostruire la nascita dei quattro Vangeli:

GESU’ nacque, visse e predicò la sua dottrina in Palestina, e qui morì crocifis­so nell'anno 778 di Roma, corrispon­dente all'anno 30 dell'Era Cristiana.

Negli ultimi tre anni della sua vita, ossia negli anni 28, 29 e 30, Gesù predi­cò il suo Vangelo al popolo, raccogliendo attorno a Sé un piccolo numero di disce­poli che divennero i testimoni privile­giati del suo insegnamento e di suoi miracoli.

Sicuramente, già in questi anni alcuni dei suoi insegnamenti furono messi per iscritto: si tratta della raccolta di detti del Signore che gli studiosi chiamano “fonte Q”, e che confluì poi nei Vangeli.

Tra gli anni 30 e 45, la divulgazione orale del Cristianesimo varca i confini della Palestina raggiungendo la Siria (dove, ad Antiochia, i discepoli di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani”, l'Asia Minore e la stessa Roma.

Ed è proprio a Roma che, verso l'anno 42, (lo dimostreremo più avanti) la predi­cazione di Pietro viene messa per iscritto in lingua ebraica da Marco, suo segreta­rio e interprete. Questo primo Vangelo sarà poi tradotto dallo stesso Marco in lingua greca, e così giungerà a noi.

Attorno agli anni 50, in Palestina, l'a­postolo Matteo scrive il suo Vangelo in lingua ebraica, Vangelo che sarà in seguito tradotto in greco, mentre negli stessi anni il discepolo di Paolo, il medi­co antiocheno Luca, scrive, forse in Grecia, il suo Vangelo in lingua greca.

Infine, tra gli anni 60 e 70, l'apostolo Giovanni scrive a Efeso il quarto Vangelo, integrando i tre già esistenti in base alla propria conoscenza diretta dei fatti.

Gli originali dei Vangeli non sono giunti fino a noi; ma ciò non deve meravi­gliare perché essi furono quasi certamente scritti su fogli di papiro che sono assai fra­gili e deperibili.

Però di essi ne furono fatte subito copie dagli stessi contemporanei degli evangeli­sti e poi, su su nei secoli, moltissime altre copie in modo che - come dimostreremo tra poco - il testo dei Vangeli che noi oggi possediamo rispecchia fedelmente quello degli originali.

La datazione dei Vangeli che qui abbiamo riferita è oggi comunemente ammessa dagli studiosi più seri ed obiettivi, specialmente dopo il ritrova­mento degli antichissimi papiri che pre­senteremo in seguito. (Cfr. Carsten Thiede, Gesù, storia o leggenda?, Bologna 1992, pagg. 31-53. Hugo Staudinger, Credibilità storica dei Vangeli, Bologna 1991, pagg.31-51. Craig Blomberg, in: Indagine su Gesù, Casale 1991, pagg. 42-­48).

Per la datazione di Giovanni prima dell'anno 70 (fino ad ora era ritenuto della fine del primo secolo) si veda quanto dicono il Thiede a pag. 37, lo Staudinger alle pagg. 42-43 e il Blomberg a pag. 47.

Si aggiunga che il grande studioso pro­testante Oscar Cullmann arretra la data­zione del Vangelo di Giovanni addirittura all'anno 50. (Cfr. l'intervista a Oscar Cullmann pubblicata sul Sabato del 20/02/93 a pag. 62).

Come si sa, una datazione molto più tardiva di tutti gli scritti del Nuovo Testamento era stata sostenuta, fin dall'i­nizio del nostro secolo, dagli studiosi di scuola illuministica (cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Roma 1952, pagg. 207-246) che, volendo negare la sto­ricità dei fatti soprannaturali (come i miracoli) narrati nei Vangeli, sostennero che i Vangeli stessi non riferiscono ogget­tivamente i detti e i fatti di Gesù, ma solo ciò che una comunità cristiana (che non aveva conosciuto né Gesù né gli Apostoli) pensava soggettivamente di Lui. Per giu­stificare un tale punto di vista era ovvia­mente necessario ipotizzare una composizione molto tarda dei testi evangelici, attorno all'anno 100 o anche dopo. E que­sta ipotesi di datazione tardiva (oggi smen­tita anche dagli ultimi ritrovamenti archeologici) fece scuola e influenzò pur­troppo anche molti biblisti cattolici.

II - GLI AUTORI DEI VANGELI SONO PERSONE BENE INFORMATE E DEGNE DI FEDE.

Fin qui abbiamo detto cosa sono e come sono nati i Vangeli, ma ora dob­biamo dimostrare che i Vangeli ebbero come Autori persone che conobbero con esattezza i fatti e che erano degne di fede.

1) Ebbene, gli Autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono essendo due di essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni ocula­ri dei fatti che narrano; mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto la testimonianza di persone che sono vissute a lungo con Gesù, Luca spe­cialmente da Maria, mentre Marco da Pietro.

Inoltre, poiché gli Autori scrissero i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora vivevano mol­tissimi testimoni oculari dei fatti che narrano, essi erano praticamente nella impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei primi cri­stiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma non poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.

2) Che poi gli Evangelisti fossero per­sone degne di fede è dimostrato dal fatto che essi subirono persecuzioni e la stes­sa morte pur di non tradire la verità dei fatti da loro narrati.

Inoltre bisogna ricordare che la Chiesa - in mezzo al brulicare di mol­tissimi falsi vangeli (i cosiddetti "vangeli apocrifi") - scelse solo i Vangeli scritti da Matteo, da Marco, da Luca e da Giovanni come gli unici quattro auten­tici e veri: il che ci rassicura sulla credi­bilità ed onestà intellettuale dei loro Autori.

III - IL TESTO DEI VANGELI È STATO TRASMESSO FEDELMENTE FINO A NOI.

Se è certo che gli Autori dei Vangeli hanno scritto quel che hanno visto e udito, possiamo anche essere certi che i loro scritti sono giunti intatti f no a noi?

Ossia, possiamo essere certi che i nostri Vangeli di oggi riferiscono con esattezza i fatti che riguardano Gesù avvenuti in Palestina 2.000 anni fa?

Per rispondere a questa domanda ri­percorriamo a ritroso, la "catena" dei testi evangelici, cominciando da quelli che oggi possediamo per discendere negli anni fino ai grandi Codici del IV secolo dopo Cristo, scritti su pergamena, ed ai numerosissimi frammenti di Van­gelo scritti sui fragili papiri, che sono databili ai primi decenni dalla morte di Gesù.

A) I VANGELI CHE OGGI NOI POSSEDIAMO

E cominciamo dai testi del Vangelo che oggi abbiamo tra le mani.

Qui abbiamo riprodotto una pagina di un Vangelo come quelli che oggi ognuno di noi può acquistare in libreria.

Esso è in lingua italiana, nella tradu­zione ufficiale curata dalla CEI e fatta direttamente sul testo originale greco, la lingua nella quale i vangeli furono scrit­ti (o nella quale furono tradotti dalla prima stesura in ebraico) ad opera degli stessi evangelisti.

B) I CODICI SCRITTI SU PERGAMENA NEL N SECOLO DOPO CRISTO

Si chiederà: dove i traduttori in lingua italiana hanno preso il testo originale greco? Rispondiamo che lo hanno preso dagli antichi codici del IV secolo dopo Cristo, scritti in lingua greca su perga­mena e che contengono tutto il testo dei Vangeli.

La ragione per cui si dovette atten­dere fino al IV secolo dopo Cristo per scri­vere i Vangeli su solidi fogli di pergamena è che solo nel IV secolo l'imperatore Costantino, con il rescritto di Milano del 313, concesse la libertà al Cristianesimo.

Solo allora i Vangeli (scritti prima nella semiclandestinità su economici ma fragili fogli di papiro) furono ricopiati sui più costosi ma solidissimi fogli di pergamena, e rilegati poi in forma di codice.

Di questi codici ricorderemo qui solo i tre principali: Il Codice Vaticano; il Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino.

Il Codice Vaticano (B,03) cosiddetto perché fin dal secolo XV è conservato nella Biblioteca Vaticana.

É il più antico dei grandi codici del IV secolo ed è anzi considerato molto vici­no all'epoca dei manoscritti su papiro.

É scritto su 3 colonne e contiene quasi tutto l'Antico Testamento, i quattro Vangeli integralmente e la maggior parte delle lettere degli Apostoli.

Il Codice Sinaitico (S,01), scoperto dal celebre papirologo von Tischendorf nel I Monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. É scritto su 4 colonne.

É dell'inizio del IV secolo e contiene quasi tutto l'Antico Testamento, tutto il Nuovo Testamento.

Dopo molte vicissitudini è stato acquistato dal Museo Britannico di Lon­dra dove è conservato.

Alcuni fogli mancanti dello stesso codice furono più tardi ritrovati a S. Caterina e qui conservati.

Il Codice Alessandrino (A,02) è del secolo V e contiene quasi tutto l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento con solo poche lacune.

É pure conservato nel Museo Britan­nico di Londra.

L'importanza scientifica di questi codici del N secolo è illustrata in questo grafico.

Gli antichissimi frammenti di papiri evangelici (dei quali parleremo subito) furono ricopiati fedelmente, nel IV seco­lo (notiamo che nel N sec. i papiri del Vangelo erano numerosissimi ed erano ancora intatti), sui robusti Codici di per­gamena, che fanno da "ponte" tra quelli e i Vangeli che noi oggi possedia­mo, ossia fanno da ponte tra Gesù e noi.

C) GLI ANTICHISSIMI PAPIRI EVANGELICI DEI PRIMI DECENNI DOPO CRISTO

Quel che ci resta ora da dimostrare è che questi codici del IV secolo riproduco­no fedelmente gli antichissimi papiri scritti nei primi decenni dopo Cristo. Ed è appunto quanto ci accingiamo ora a fare.

Come abbiamo accennato a pagina 69, di questi frammenti di papiri dei Vangeli - che vanno da Gesù al IV seco­lo - ne sono giunti a noi ben 4.680 par­ziali e circa 230 completi: ma il loro numero è destinato ad aumentare col procedere delle ricerche archeologiche.

Noi ne ricorderemo qui solo i princi­pali, per dimostrare che il loro testo è riprodotto esattamente nei grandi codi­ci del IV secolo.

Questi antichi papiri - anche se pic­coli - fanno infatti come da "tasselli di saggio" e confermano che tutto il testo dei Vangeli contenuto nei grandi Codici del IV secolo è fedele agli originali.

E incominciamo col mostrare il papi­ro Chester Beatty I (P45), ritrovato presso il Cairo nel 193o ed ora custodito nel Museo Beatty di Dublino.

Esso è legato in forma di codice ed è databile alla prima metà del secolo III. Contiene gran parte dei Vangeli di Marco e di Luca, e degli Atti.

Più antico del Beatty I° è il codice in papiro P66, detto Bodmer II perché

conservato nella Biblioteca Bodmer di Coligny, presso Ginevra.

É databile alla seconda metà del seco­lo II, forse anche verso il 15o d.C. Contiene i primi 14 capitoli del Vangelo di Giovanni, dai versi 1,1 ai versi 14,26 (mancano solo 24 versetti) e alcuni frammenti dei restanti 7 capitoli.

Più antico ancora è il frammento di codice P52, detto papiro Rylands, ritro­vato nel 192o nell'alto Egitto e conserva­to nella Biblioteca Rylands di Man­cester.

É scritto sui due lati e contiene alcuni versetti del capitolo 18 del Vangelo di Giovanni.

L'esame della scrittura e la prova al radio-carbonio 14 lo fanno datare all'e­poca dell'imperatore Adriano (137-139 dopo Cristo) se non prima. General­mente è ritenuto dell'anno 125.

Ma il più antico papiro contenente un testo del Vangelo è il 7Q5, così detto perché ritrovato nella settima grotta di Qumran e catalogato con il numero pro­gressivo 5.

Di esso, data la sua antichità ed importanza, ci occuperemo ora più a lungo.

Qumran è una località della Pa­lestina a Nord-Est del Mar Morto dove ai tempi di Gesù fioriva una comunità religiosa di monaci Esseni, del cui monastero rimangono ancor oggi nume­rosi resti.

Quando Vespasiano, nell'anno 66 dopo Cristo, in seguito alla prima solleva­zione dei Giudei contro Roma, iniziò la repressione militare che si concluse con la distruzione di Gerusalemme i monaci fuggirono da Qumran non però prima di aver nascosto, nelle numerose grotte naturali che costellano le alture a nord del monastero, i loro libri sacri racchiusi in anfore di terracotta ben sigillate.

Fu così che quei preziosi manoscritti sfuggirono alla distruzione e poterono giungere fino a noi.

Infatti, quasi 2000 anni più tardi, nel 1947, alcuni pastori beduini che erano saliti sui dirupi di Qumran alla ricerca di una capra, penetrarono in una grotta dove trovarono alcune anfore piene di rotoli tutti coperti di scritture antiche.

La scoperta attirò subito l'attenzione del mondo scientifico: le grotte, in numero di 11, furono ispezionate siste­maticamente dagli archeologi: nella grotta n. 1 fu ritrovato il celebre rotolo di Isaia, scritto in ebraico su pergamena, risalente al I secolo avanti Cristo (vedi a pagina 69), mentre nella grotta ispezionata nel 1955, furono rinve­nuti alcuni frammenti di rotoli di papi­ro eccezionalmente scritti in lingua greca.

Ma fu solo 17 anni dopo, nel 1972, che il celebre papirologo spagnolo, Padre José O'Callaghan, mentre stava lavo­rando alla catalogazione scientifica dei papiri greci dell'Antico Testamento, cer­cando di decifrare il 7Q5, scoprì che esso conteneva non un testo dellAntico Testamento ma del Nuovo Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo 6° del Vangelo di San Marco.

Ecco (pag.92 a sinistra)la trascrizio­ne in caratteri moderni delle lettere decifrate e la loro integrazione (qui evi­denziata) nel testo criticamente rico­struito e la traduzione italiana del passo:

«...avevano capito riguardo ai pani, ma il loro cuore era induri­to. 53 E compiuta la traversata vennero a Genesaret e approdarono. 54 E quando...

Possiamo quindi affermare con cer­tezza che il papiro 7Q5 contiene il testo di Marco lo stesso testo che ritroviamo intatto nei grandi codici del IV secolo e che qui abbiamo messo in evidenza nel Codice Vaticano.

Ciò dimostra che la trasmissione del testo dei Vangeli si è mantenu­ta inalterata dai manoscritti del I secolo ai grandi codici del IV secolo e, da questi, fino ai nostri giorni.

Alla fine di questo nostro lavoro non ci resta che il dovere di precisare il meglio possibile l'anno nel quale fu scritto il papiro 7Q5.

In base ai dati storici esso è certa­mente anteriore agli anni 66-68 dopo Cristo, anni nei quali - come sappiamo - fu nascosto nella grotta 7 di Qumran.

Ma in base ai dati paleografici, ossia in base al tipo di scrittura, esso risulta ancora più antico: infatti i paleografi Schubart e Roberts hanno datato il 7Q5 attorno agli anni 50; e questo ancor prima che O'Callaghan lo identificasse con Marco 6,52-53.

Se poi, seguendo gli studi di Padre Carmignac, riflettiamo che il 7Q5 non è l'originale scritto in ebraico da Marco a Roma, ma una copia della sua traduzione greca giunta più tardi a Qumran, si deve concludere con lui che l'originale di Marco è ancora più antico e fu scritto assai prima dell'anno 50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 10-15 anni dalla mor­te di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti (Op.cit.­pag.104).

Notiamo infine che la vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si può dire, un caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi. Se si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campagne di Giulio Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate da pochissimi manoscritti che distano 8 seco­li dall'originale; e che le opere dei grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi filosofi come Platone e Aristotile sono giunte a noi su copie scrit­te 1200-13oo anni dopo che fu scritto l'ori­ginale, allora dobbiamo convenire che i Vangeli sono, sotto l'aspetto delle fonti, i testi più sicuri che si conoscano. 

CONCLUSIONE GENERALE

Queste conclusioni scientifiche si rivol­gono alla intelligenza dell'uomo, ma sono anche una premessa e una confer­ma che favoriscono la sua Fede nella verità divina dei Vangeli.

La Fede in Cristo è infatti sicuramen­te un dono di Dio, ma è un dono che si fonda su un fatto storico, su un Av­venimento concreto, l'Incarnazione del Figlio di Dio, così come la Tradizione della Chiesa e la testimonianza dei Vangeli ce lo annunciano. Chi non ha ancora la Fede usi la Bibbia e i Vangeli come libri storici; ma quando la Fede avrà illuminato la sua anima, li legga come «parola di Dio» infallibilmente vera, e vi scoprirà, con­dotto per mano dalla Chiesa, tutto quan­to il suo spirito può desiderare, ossia la Verità sulla propria esistenza terrena e sul suo destino eterno.

www.preghiereagesuemaria.it          

  http://nelcuoredimaria.splinder.com/tag/invito+alla+fede

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CULTURA
1 aprile 2010
GIOVANNI DI GAMALA PERSONAGGIO NON STORICO
CENTRO STUDI STORIA

GIOVANNI DI GAMALA PERSONAGGIO NON STORICO
 

Dalle nostre ricerche sulla storia ebraica antica non risulta che sia
mai esistito Giovanni Gamala
vedere anche l'ottimo studio di Silvio Barbaglia: " La favola di
Cascioli"
http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf
ALCUNI ARTICOLI PER COMPRENDERE
 


 
Il Giovanni di Gamala di Luigi Cascioli e David Donnini
Quali sono le osservazioni che si possono rivolgere alle teorie di
Luigi Cascioli e David Donnini?

Di questi autori è possibile leggere i libri da loro pubblicati i cui
estratti sono recuperabili in Internet. 1
 

In sintesi, la teoria da loro proposta - Cascioli non la ritiene tale
ma anzi la propugna come una "prova inconfutabile" - è che in effetti
il personaggio principale che ci viene raccontato nel Nuovo Testamento
altri non fosse che un figlio di Giuda di Gamala, uno zelota fatto
crocifiggere dai Romani per le sue pericolose azioni e idee
rivoluzionarie. Secondo loro, la Chiesa avrebbe cambiato i nomi ai
protagonisti della vicenda per "mitigare" una "ingiustizia" dei
dominatori romani, trasformando un violento zelota in un personaggio
che addirittura salva l'umanità intera. Da un messaggio
rivoluzionario, nel senso politico e militare del termine, dunque ad
uno di redenzione che, agendo in una sfera prettamente personale,
comporterebbe importanti risvolti sociali.
 

Quando lessi per la prima volta questi studi rimasi molto colpito
perché mettevano completamente in discussione quanto affermato dalla
Chiesa, che passava inevitabilmente dalla parte della "furba"
ingannatrice. Seppur attratto da queste teorie alternative piuttosto
accattivanti, cominciai a studiarle per verificarne l'attendibilità e
pian piano mi accorsi che non soddisfacevano alcune banali
considerazioni che di seguito elenco:
 

- La prima, più evidente, è che nessun testo tramandatoci cita questo
figlio di Giuda, tale Giovanni di Gamala. Né gli autori (Cascioli e
Donnini) giustificano in maniera soddisfacente che un tale personaggio
dovesse esistere, e perché proprio lui sarebbe stato oggetto di quella
"deificazione" poi propagandata tra le genti;
 

- Cascioli sostiene con forza che Gesù non sarebbe mai esistito.
Questo contraddice una evidenza particolare, cioè che non si può
inventare ed imporre l'adorazione di una persona senza che questa non
sia effettivamente esistita. Tanto più che i racconti evangelici
descrivono Gesù come un personaggio molto famoso tra le popolazioni
del Medioriente di allora. E il comportamento su questa informazione
da parte degli uomini di Chiesa, che invece vorrebbero far passare
Gesù per un povero incompreso sconosciuto ma dotato di talenti, era
già un indizio che stessero occultando una scomoda verità;
 

- Se il Cristianesimo era nato in ambiente zelota, e Gesù ne era
l'artefice, allora come è possibile che i cristiani non siano stati
fatti oggetto di tali e tante persecuzioni da essere fatti
letteralmente "sparire", come è capitato ad altri gruppi religiosi?
Evidentemente invece proprio quel Cristianesimo, ben lontano
dall'ideale rivoluzionario, aveva come oggetto di adorazione un
personaggio famoso ma che di zelota, cioè anti imperialistico,
probabilmente non aveva alcunché. Al contrario il suo "mito"
sopravviveva in quanto ben funzionale al sistema politico romano;
 

- È contraddittorio che i Romani, dopo aver messo a morte un
rivoluzionario, lo avessero spacciato per un "santo" martire. So che
qui il paragone con personaggi come Socrate o Thomas Moore potrebbe
farci presumere una tale possibilità, ma il confronto è mal posto. Se
Gesù era uno zelota allora dobbiamo pensare di paragonarlo non a un
predicatore pacifista, bensì ad un "terrorista" del giorno d'oggi,
cioè una persona che fa seguire alla predicazione anche azioni
violente, contro l'oppressore. Ma tutti gli evangelisti ci presentano
Gesù come ben lungi dal fomentare attacchi "terroristici" contro
Roma.
 

Le osservazioni che ho presentato spiegano le principali
contraddizioni, o domande senza risposta, che le teorie di questi
studiosi portano con sé. Prima però di maturare queste convinzioni le
mie ricerche sono state abbondantemente influenzate da simili
precedenti, come si desume leggendo l'argomento Analisi dei Vangeli .
 

http://www.deiricchi.it/index.php?docnum=878
 

<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<
 

 Da far ridere perfino Cascioli ammette che Giovanni di Gamala non è
storico !
--------------------------------------------------------------------------
Innanzitutto Giovanni da Gamala - Non lo sa nemmeno Cascioli
da dove spunta fuori questo personaggio e parlandone di
persona dopo una sua conferenza mi ha detto che le sue sono
solamente ''deduzioni'' tratte dall'esame di alcuni scritti
patristici,
per cui allo stato non esisterebbe
alcuna prova storica della sua esistenza.
 

http://www.nntp.it/cultura-ateismo/622109-disquisizioni-da-icr-sui-te...
 

 


 
Dal bollettino parrocchiale “RISVEGLIO” N° 264:

“La favola di Giovanni di Gamala
Questo è il vero titolo del libro pubblicato da Luigi Cascioli come
“Favola di Cristo”
 

La favola è un racconto immaginario che affonda le radici nella
fantasia e che di conseguenza è aperto ad ogni soluzione la più
inverosimile. Il fatto storico invece è tutto il contrario della
favola perché non si fonda sulla fantasia, ma “in re”. Il Cristo uomo
emerge come figura inconfondibile tra tutti gli uomini del passato con
una quantità impressionante di testimonianze di provenienza religiosa
e pagana. I personaggi non religiosi che parlano di Cristo sono
moltissimi e lo fanno in maniera disinteressata, da osservatori
lontani e sconosciuti tra loro: Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio,
Plinio il giovane, Adriano, Trifone, Marco Aurelio, Epitteto, Publio
Lentulo. Bisognerebbe sbuggiardarli uno per uno per annullare il
Cristo Uomo di cui parlano. (Riporto “sbuggiardarli” con due g come è
stato scritto sulla lettera). Uno storico che si rispetti dovrebbe
conoscere il latino, il greco, i generi letterari, l’esegesi, la
critica storica, l’analisi scientifica. La storia non s’inventa la si
riscopre cercando pazientemente e mettendo insieme infiniti frammenti
fino a comporre il mosaico originale! Il fatto storico è allergico
alla immaginazione di che vorrebbe per forza. per malizia o per
ignoranza piegarlo alle proprie tesi. È, se è, non è, se non è. Il
Cascioli ha la preparazione dello storico? I giornalisti lo presentano
come “studioso del Lazio” e come “storico” ma loro ci credono a queste
qualifiche? Leggendo attentamente i loro articoli, questi titoli sanno
tanto di presa in giro. 75 anni fa, quando venni battezzato, il
parroco che mi fece cristiano già predicava il Cristo Uomo. Il
Cascioli mi trascina davanti al tribunale perché “IO” tra 33.000
parroci italiani abuso della credulità popolare imbrogliando tutti col
mettere Cristo al posto di Giovanni di Gamala. Il Cascioli sostiene
che Cristo non è mai esistito. Se non vede il sole a mezzogiorno, non
può denunciami perché lo vedo io. Dovrebbe denunciare tutti i vedenti
(?!). Da duemila anni viene rispettata la libertà di credere o almeno
all’esistenza di Cristo uomo, ma il Cascioli non ammette questa
libertà e mi denuncia perché non credo a quello che crede lui. (?!).
Chi era Giovanni di Gamala? Che cosa ha fatto? Quali tracce ha
lasciato? Ho l’impressione che il Cascioli sia l’unico testimone della
sua esistenza (?!). Quanti personaggi in questi anni hanno cantato,
dipinto, scolpito, elogiato Cristo? Sono tutti matti?! Tristo è colui
che per vedere le stelle ha bisogno di una capocciata! Quanti martiri
per Cristo! Tutti scemi? Quando crolla un edificio, s’indaga
l’impresario non l’operaio che vi ha lavorato. Che parte ho io
nell’operazione di Cristo? Se non fossi mai nato, oggi non cambierebbe
nulla. Mi sembra di rileggere in chiave moderna la storia di don
Chisciotte che assaliva i mulini a vento! Con don Chisciotte si ride,
ma con Cascioli che si fa? Dopo 50 anni di sacerdozio, mi sarei
aspettato un po' di riposo, invece mi trovo al centro di una disputa
“ridicola” sulla esistenza storica dell’uomo Gesù. Di solito le feste
finiscono con i fuochi, ma non credo mai che Cascioli festeggiasse i
miei 50 anni di sacerdozio sparando una bomba così grossa! PAZIENZA.
 

Don Enrico Righi
http://www.fisicamente.it//modules.php?name=News&file=article&sid=87
 

http://groups.google.com/group/centro-studi-storia?hl=it
 


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CULTURA
1 aprile 2010
CONFUTAZIONE DELLE TESI DI LUIGI CASCIOLI
 
Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Apologetica, Approfondimenti

In questa terza parte del nostro scritto, analizziamo la posizione dell’ex-sacerdote Luigi Cascioli in merito alla veridicità ed affidabilità del terzo vangelo canonico, ossia quello avente la firma di Luca, autore, tra l’altro degli Atti degli Apostoli. Come già fatto in precedenza, prima di passare alla confutazione delle argomentazioni del Cascioli, vediamo alcune informazioni relative al vangelo stesso, per poi calarci nella trattazione storico/biblica di quanto l’ex-sacerdote afferma, e dimostrare anche in questo caso come gli attacchi al Testo Sacro si rivelino consistenti come bolle di sapone, che non possono sussistere davanti ad una analisi seria.

L’autore
Agli inizi del II secolo, iniziano a prendere corpo le tradizioni che collegano il terzo Vangelo con una persona di nome Luca: il Canone Muratoriano, il prologo anti-marcionita a Luca, così come Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene e Tertulliano, sono concordi nell’identificare Luca con l’autore di tale testo. Dal momento che tali tradizioni poggiano comunque su elementi che possono essere dedotti dal Nuovo Testamento, il loro valore è relativo: l’evidenza neotestamentaria è maggiormente utile nell’identificazione dell’autore di questo vangelo. In effetti, si tratta di un testo particolare, perchè incompleto: la narrazione che inizia nel vangelo prosegue poi, senza interruzioni, negli Atti degli Apostoli, libro con caratteristiche di stile e forma così simili a quelle del Vangelo da suggerire che essi siano entrambi stati scritti da una stessa mano. Entrambi i testi sono indirizzati ad una persona di nome Teofilo, quali testimonianza del ministero di Cristo, e successivamente della nascita e dello sviluppo della prima chiesa.

Nel libro degli Atti, possiamo notare diversi brani in cui l’autore intercambia il soggetto della narrazione da «essi» ed «egli» al pronome «noi», suggerendo quindi una sua compartecipazione agli eventi narrati, e pertanto il suo essere compagno dell’apostolo Paolo. Una accurata analisi dei racconti mostra come Luca sia appunto il redattore più probabile dei testi menzionati.

L’apostolo Paolo definisce questo Luca come medico. In effetti, alcune sue narrazioni sono maggiormente «tecniche» in tal senso: basti pensare al racconto della guarigione della donna affetta da emorragia. Luca è menzionato tre volte nel Nuovo Testamento come compagno di Paolo, e nella sua letera ai Colossesi, l’apostolo specifica che no nera un ebreo. Lo stile dei testi attribuiti al medico fa pensare che egli fosse di lingua greca. Secondo Eusebio, Luca proveniva da Antiochia, in Siria.

La datazione
Compito assolutamente arduo, quello di datare con certezza il terzo Vangelo: incorporando gran parte del materiale edito da Marco, è logico pensare che esso sia stato redatto quando il lavoro di Marco era già terminato, ed era quindi in circolazione. Alcuni asseriscono che Luca doveva essere a conoscenza della distruzione di Gerusalemme, cosa che indicherebbe una scrittura posteriore al 70 d.C.; altri studiosi, invece, non accettando questa teoria assegnano al Vangelo una data anteriore, intorno agli anni 57-60 d.C.

La tesi, e la risposta
Veniamo ora alle tesi del Cascioli, ed alle risposte che riteniamo di fornire alle sue accuse. Come abbiamo visto nei precedenti articoli, relativamente ai Vangeli di Marco e Matteo, l’ex-sacerdote inizia la sua arringa citando la prefazione al Vangelo tratta dall’edizione C.E.I.: anche in questo caso egli ripropone lo stesso schema, per saltare subito alle sue conclusioni. Vediamolo nel dettaglio:

Cascioli: Presentazione della Chiesa: «Luca, autore anche degli Atti degli Apostoli, fu un colto medico siriano convertitosi in Antiochia verso l’anno 43. Conobbe Cristo dai primi testimoni della sua vita e si preparò con accurata indagine. Luca svolge il suo lavoro su un materiale proveniente da ambiente palestinese, non escluso il contributo della stessa Madre di Gesù. Fu scritto fra il 65 e il 70». L’attribuzione a Luca, apostolo vissuto nella Comunità di Gerusalemme insieme a Pietro, Giacomo, gli apostoli e la Madonna, non può essere che fantastica. Dal momento che questo vangelo fu scritto per confutare i concetti gnostici del vangelo di Marcione, di conseguenza non può essere anteriore al 144. Per quanto la Chiesa cerchi, invocando l’autorità di Tertulliano, di dimostrare che fu Marcione ad imitare Luca, le prove che dimostrano che invece furono i redattori di Luca a ricopiare Marcione sono state ampiamente portate da Couchoud nel suo “Primi Scritti del Cristanesimo”.

SoloVangelo: La prefazione C.E.I. conferma quanto abbiamo visto in apertura: essa indica in Luca un medico siro, datando il suo lavoro in un lasso di tempo che tutto sommato concorda con quanto abbiamo discusso. Ma il Cascioli non ci sta, e parte al contrattacco, spiegando come l’intento di Luca fosse dichiaratamente anti-marcionita e, pertanto, esso debba essere fatto risalire ad una data posteriore al 144 d.C.. Se avesse letto il Vangelo che pretende di commentare, Cascioli avrebbe scoperto però che per stessa affermazione dello scritto, il proposito originale era quello di rendere il destinatario del lavoro, il Teofilo citato poco sopra, «certo delle cose che gli sono state insegnate». È evidente quindi che Teofilo fosse un cristiano, e che Luca scrisse per aiutare lui (e presumibilmente altri) a comprendere meglio gli aspetti della fede cristiana. L’intento di Luca, per sua stessa ammissione, era quello di fare un dettagliato resoconto storico, perchè il messaggio che egli voleva esporre, per poter avere un peso reale, doveva essere fortemente ancorato alla realtà dei fatti. Non esiste un testo neotestamentario più calzante di Luca nel descrivere Gesù quale amico e Salvatore degli uomini, e questo era il proposito del medico: la chiesa del suo tempo aveva necessità di comprendere che la sua missione nel mondo era fondata sull’insegnamento e sull’esempio del Cristo. Rifiutiamo pertanto la tesi del Cascioli, che come sempre intende vedere cospirazioni laddove esse non hanno motivo di esistere.

Piccola nota: facciamo presente che, contrariamente a quanto affermato dal Cascioli, Luca non è mai stato annoverato nella cerchia degli apostoli, ma era compagno di viaggio di uno di essi, ossia Paolo. Può sembrare una nota leziosa, inutile, ma riteniamo che quando si ha la pretesa di proporsi come una valida fonte di informazione per terze persone, si debba avere cura anche dei particolari, cosa che l’ex-sacerdote certo non dimostra.

Cascioli: a) Noi sappiamo che il vangelo di Marcione è conosciuto nel 140 da Papia mentre quello di Luca è ignorato dallo stesso Papia nel 150. b) Il vangelo di Marcione era molto più corto di quello di Luca, e in questi casi non si accorcia mai, ma piuttosto si allunga. c) Numerosi passi di Luca hanno un evidente carattere anti-marcioniano. d) Per analogie di espressioni e uguaglianza di stile, tutto porta a credere che il vangelo attribuito a Luca sia stato scritto, almeno nella sua prima stesura, da Clemente, autore di una lettera ai Corinti, che è vissuto a Roma negli anni 155-165”. (Couchoud. Primi Scritti del Cristianesimo- Pgg. da 7 a 31).

SoloVangelo: In merito al punto a), riteniamo sia quantomeno risibile il commento: abbiamo già precedentemente discusso di come la mancata citazione di uno scritto non equivalga né ad ignorarlo, e nemmeno sia evidenza della sua inesistenza, pertanto ci pare che il silenzio di Papia sul terzo Vangelo non sia affatto prova di una sua stesura successiva. I succesivi due punti, b) e c), si basano sul presupposto che Luca volesse contrastare l’insegnamento marcionita: abbiamo già indicato come questa finalità non corrisponda affatto a quella reale dell’evangelista. Inoltre, essendo senz’ombra di dubbio vissuto antecedentemente allo stesso Marcione, ci pare assurdo asserire che nei propositi di Luca fosse presente il contrasto ad un’eresia che non era ancora formata mentre egli scriveva. Tra l’altro, vedremo tra poco che Marcione stesso introdusse proprio il Vangelo di Luca nel suo canone. Il punto d) presenta invece un problema di esclusione logica: se, come è vero, il Vangelo di Luca ed il libro degli Atti sono attribuiti allo stesso autore per continuità narrativa ed uguaglianza stilistica (e tali testi siano risalenti senz’altro al periodo di intorno alla caduta di Gerusalemme), riteniamo azzardato tracciare un parallelo con testi di circa 80 anni più recenti rispetto a quelli analizzati.

Questo punto ci offre comunque la possibilità di discutere la preparazione di coloro che vogliono affossare la veridicità dei Vangeli: come si è potuto leggere, costoro parlano di Clemente, autore di una lettera ai Corinti (quindi, stiamo parlando di Clemente Romano), come di un personaggio vissuto tra il 155 ed il 165 d.C.. Curioso, però, che fonti storiche comprovate (quali Eusebio di Cesarea e Girolamo) ci fanno sapere della sua morte, avvenuta nel 101 d.C.. Che dire dunque, di sedicenti esperti che si propongono quali «fari nella notte dell’ignoranza», e sono essi stessi ignoranti? Per usare le parole del Signore: «Medico, cura te stesso!».

Cascioli: Il fatto poi che, da quanto è stato dimostrato da Marcello Craveri, almeno per il 90 per cento ricopia le sentenze dei vangeli gnostici e i vari papiri datati agli anni 130-135, non è un’altra inconfutabile dimostrazione che la data attribuitagli dalla Chiesa è indiscutibilmente falsa?

SoloVangelo: Noi diremmo di no, dal momento che il lavoro di Luca trova la sua base ispiratrice – come già sottolineato – in Marco, quindi in un testo assolutamente non gnostico, e per giunta redatto ben precedentemente alle date proposte. Sottolineiamo inoltre come la datazione dei vari testi sacri non sia stata data loro dalla chiesa romana, bensì sia il risultato di varie tradizioni, delle quali si è poi cercata (e trovata) conferma scientifica: quelle che oggi esponiamo come date praticamente sicure, non sono campate in aria da religiosi, ma ricercate e comprovate da esperti nel campo del riscontro cronologico.

Cascioli: Che il vangelo di Luca sia il risultato di continue sovrapposizioni che si sono susseguite per tutto il II secolo e oltre ci viene da Tatiano che nel suo Diatesserone, scritto nel 175, (libro che riuniva in un solo testo i quattro vangeli canonici), non riporta quella nascita di Gesù che fu appunto aggiunta, come nel vangelo di Matteo, soltanto tra la fine de II secolo e gl’inizi del III, cioè quando la Comunità di Roma, in seguito alle critiche degli oppositori che gli facevano rimarcare come potesse Gesù essersi incarnato se non aveva una nascita terrena, decise di farlo partorire da una donna, una donna vergine come veniva sostenuto per le divinità pagane nel Culto dei Misteri.

SoloVangelo: Taziano (e non Tatiano come scrive il Cascioli) fu un cristiano siriaco che ebbe l’idea di redigere un testo il quale presentasse le narrazioni dei quattro Vangeli canonici utilizzando una soluzione di continuità: si tratta di un’opera unica, perchè tenta di combinare linearmente gli scritti evangelici: non per nulla è anche chiamato, a volte, col nome di “Armonia dei Vangeli”. Oggi non ne esiste alcuna copia, in quanto si tratta di un lavoro andato interamente distrutto per ordine del vescovo Teodoreto (423 d.C.), il quale volle, per la chiesa siriaca, l’adozione dei vangeli in forma separata, così come era d’uso nelle altre chiese cristiane. Ciò che sappiamo oggi del Diatessaron sono nozioni indirette, che ci arrivano dal commentario redatto da Efrem il Siro, dottore della chiesa. Ad ogni modo, è appena logico che la narrazione dell’Armonia fosse una sorta di «summa concisa» dei quattro Vangeli, pertanto probabilmente mancante di parti di essi, in favore di altri scorci. Insomma, la critica verso l’episodio della nascita di Cristo non sta assolutamente in piedi.

Altra bufala storica è poi accusare la chiesa romana di aver introdotto la nascita verginale di Cristo come adattamento ai culti misterici pagani, quando abbiamo testimonianze di come la prima cristianità fosse ben a conoscenza di un tale dato. Inoltre (ma in questo caso si deve aver fiducia nel Testo Sacro quale Parola di Dio) notiamo la presenza di profezie veterotestamentarie sulla nascita del Messia, che fanno appunto riferimento alla verginità della madre.

Cascioli: Un’altra prova dimostrante che la Nascita di Gesù fu aggiunta nei vangeli di Luca e di Matteo in epoca tardiva ci viene da Marcione per il fatto che di essa non fa alcuna menzione nella sua “Edizione Evangelica” che scrisse intorno al 170 per confutare i quattro vangeli.

SoloVangelo: Abbiamo già discusso molte volte di come una mancata citazione non sia indizio di inesistenza. Ad ogni modo, riteniamo sia necessario soffermarsi brevemente sulla persona di Marcione, per toccare con mano quanto le tesi di Cascioli siano campate in aria. Marcione era un filosofo cristiano, le cui idee sarebbero poi state in seguito bollate di eresia. Durante una sua visita a Roma, egli elargì una cospicua donazione alla chiesa romana, ottenendone i favori e guadagnando di potersi fermare per ben cinque anni nella città ad insegnare la propria visione della fede cristiana. Scrisse in effetti molto, ma il suo lavoro più importante non uscì dalla sua penna, essendo un testo di cui curò l’edizione: stiamo parlando della «edizione evangelica» citata dal Cascioli. Tale «edizione» non aveva affatto lo scopo di confutare i Vangeli canonici, bensì era una rielaborazione dei testi ritenuti autorevoli sotto il profilo dottrinale, per adattarli alle tesi marcionite. Il canone di Marcione conteneva un solo vangelo (quello di Luca, per l’appunto), e dieci epistole. Tutto qui: Marcione era convinto che il Dio dell’Antico Testamento e quello del Nuovo fossero due entità separate, e che Gesù fosse stato inviato dal Dio neotestamentario, un Dio buono, per salvare l’umanità dall’ira del Dio degli Ebrei. Senza scendere troppo in dettaglio nel pensiero marcionita (cosa che richiederebbe molto tempo, e che ci farebbe finire fuori tema), sottolineiamo comunque come i testi inclusi dal filosofo nel suo canone abbiano subìto una sorta di «adattamento editoriale», ossia modifiche nei punti che sarebbero entrati in contrasto con quanto Marcione stesso si era proposto di insegnare.

Per questo motivo, l’assenza della nascita e genealogia di Gesù nel testo adattato da Marcione non deve stupirci: come possiamo constatare leggendo il Vangelo di Luca, Gesù viene messo in diretto collegamento con il Dio veterotestamentario, proprio citando a ritroso i suoi antenati, fino a giungere ad Adamo, ed a Dio stesso, quale principio e radice della discendenza del Cristo. È chiaro come un brano del genere potesse mettere in grande crisi le tesi marcionite, e l’eliminazione di questa parte del testo dovette sembrare una «soluzione accettabile». Paradossalmente, considerando il pensiero di Marcione, potremmo dire che è proprio l’assenza di una tale narrazione a confermarne la reale esistenza!

Cascioli: D’altronde per comprendere quanto la nascita terrena di Gesù sia il prodotto di falsificazioni, basta rimarcare la discordanza che c’è tra quella raccontata nel vangelo di Matteo e quella riportata sul vangelo di Luca la cui veridicità di quest’ultimo viene garantita dalla Chiesa dicendo che fu la stessa madre di Cristo a raccontargliela.

SoloVangelo: Preferiamo tacere su fantasiose tradizioni, che hanno da sempre contribuito a fare apparire la fede come qualcosa di impalpabile, fondato sul nulla. Abbiamo prove storiche e critiche: che le invenzioni umane tacciano davanti ad esse!

Cascioli: Comunque una cosa è certa: la qualifica di medico che viene data a Luca dalla Chiesa e la serietà che allo stesso viene conferita nella stesura del vangelo, risultano quanto mai discutibili dalla seguente semplice analisi dei seguenti passi:
1) «Al tempo di re Erode, re della Giudea, il Signore rese grazia al sacerdote Zaccaria rendendo fertile Elisabetta sua moglie, già avanzata nell’età. Da essa nacque un figlio che chiamarono Giovanni. (Lc.1-5).
2) Sei mesi dopo, lo stesso angelo che aveva annunciato a Zaccaria di essere diventato padre, si presenta a Maria e le comunica di essere incinta dello Spirito Santo. (Lc. 1-26).
3) Dopo sei mesi dalla nascita di Giovanni, Maria, moglie di Giuseppe, partorì Gesù a Betlemme dove era andata per via del censimento ordinato da Quirinio, Governatore della Siria». (Lc. 2-1).
Basta fare un semplice calcolo tra la data del concepimento e la data del parto, per renderci conto come il redattore del terzo vangelo, oltre a non aver eseguito “accurate indagini”, non era certamente neppure un medico. Sapendo che Erode, re di Giudea è morto nell’anno – 4 e che il censimento c’è stato negli anni +6 e +7, cosa esce fuori? Esce fuori che la Madonna ha avuto una gravidanza, come minimo, di undici anni. …e ancora una volta Catilina abusa della nostra pazienza!
Finita la risata, voglio aggiungere che questa è una prova determinante per dimostrare che chi ha scritto il terzo vangelo non è stato un dotto medico siriano che ha riportato fatti veramente accaduti mentre lui era in Palestina, ma bensì un somaro pagano che s’inventò come poté tutta una storia per giustificare, attraverso una nascita terrena, l’incarnazione di Cristo.

SoloVangelo: Vediamo ora se il titolo di «somaro pagano» sia davvero da riferirsi al terzo evangelista, oppure se non sia una proiezione che sarebbe meglio affibbiare ai suoi detrattori.
Cito alcune informazioni dall’ottimo commentario di John MacArthur:

Publio Sulpicio Quirino è noto per aver governato la Siria negli anni dal 6 al 9 d.C. Un noto censimento ebbe luogo in Israele nel 6 d.C. Giuseppe Flavio racconta che tale misura provocò una violenta rivolta giudaica (menzionata da Luca, che cita Gamaliele, in Atti 5:37). Quirinio era responsabile dell’organizzazione del censimento e ricoprì anche un ruolo fondamentale nella repressione della successiva rivolta. Comunque, tale censimento ebbe luogo circa un decennio dopo la morte di Erode ed è troppo tardivo per collimare con la cronologia di Luca. Alla luce della meticolosa accuratezza dell’evangelista come storico, sarebbe irragionevole accusarlo di un anacronismo così palese, cosa che invece il Cascioli sembra voler fare. L’archeologia ha infatti res giustizia a Luca: un frammento di pietra scoperto a Tivoli nel 1764 d.C. contiene un’iscrizione in onore di un ufficiale romano che, si legge, fu due volte governatore della Siria e della Fenicia durante il regno di Augusto. Il nome dell’ufficiale non è presente sul frammento, ma fra le sue imprese sono citati dettagli che, per quanto ci è dato di conoscere, non possono riferirsi ad altri che a Quirinio.

Dunque, questi deve essere stato governatore della Siria due volte. Egli fu probabilmente governatore militare all’epoca in cui Varo era, storicamente, governatore civile in quella regione. Per quanto riguarda la datazione del censimento, alcuni antichi documenti trovati in Egitto menzionano un censimento mondiale ordinato nell’8 a.C. Nemmeno questa datazione è immune da problemi. Gli studiosi sono generalmente concordi nel situare la nascita di Cristo attorno al 6 a.C. al più presto. Evidentemente il censimento fu ordinato da Cesare Augusto nell’8 a.C., ma non ebbe in realtà luogo in Israele se non due o quattro anni più tardi, forse a causa delle difficoltà politiche esistenti fra Roma ed Erode. Pertanto non possiamo determinare con certezza l’anno della nascita di Cristo, ma possiamo affermare che non fu probabilmente prima del 6 a.C. né certamente dopo il 4 a.C. I lettori di Luca, avendo familiarità con la storia politica di quel periodo, sarebbero stati in grado senza troppe difficoltà di individuare una data precisa sulla base delle informazioni fornite da Luca.

Luca fu quindi uno storico di prim’ordine, che volle realmente dare la possibilità ai suoi lettori di conoscere il Cristo, mostrando loro come si trattasse di un personaggio reale, al quale ci si poteva riferire in termini di coordinate storiche. Quelle stessa coordinate che, secondo il pensiero scritturale, rappresentarono la perfetta pienezza dei tempi, nella quale Gesù Cristo, quale Dio incarnato, volle caricare su di sé i nostri peccati, per dare a ciascuno la possibilità della riconciliazione con Dio, attraverso la fede nel suo sacrificio espiatorio.

Ancora una volta, spero che le informazioni che abbiamo voluto trattare siano risultate interessanti per i nostri lettori. Invitandovi, come sempre, ad esprimere i vostri commenti, vi rimandiamo alla prossima puntata, in cui tratteremo le accuse mosse contro il quarto Vangelo, ossia quello attribuito all’apostolo Giovanni, il discepolo che Gesù amava.



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CULTURA
1 aprile 2010
NAZARETH-PROVE ARCHEOLIGICHE

Nazareth dei vangeli:
storia, non favola.

 

Nel 1962 l'archeologo israeliano M. Avi Jonah con la sua scoperta dava prova storica che Nazareth esiteva già 300 anni prima di Cristo.

 

Nazaret (dove secondo gli evangelisti Gesù avrebbe vissuto i suoi anni oscuri prima di iniziare la predicazione) non è mai citata nell'Antico Testamento. E non è nominata neppure negli antichi commentari ebraici alla Scrittura. Una situazione sorprendente, visto che in quei libri troviamo traccia di borghi ben più insignificanti di quanto dovesse essere questa "patria" di Gesù.

     Anche su Nazareth e sull'aggettivo Nazareno con cui Gesù è chiamato dagli evangelisti e si sono così scatenate le interpretazioni. Un mito, certamente; un nome simbolico per una città immaginaria.

      Nel 1962, però, una èquipe di archeologi israeliani diretta dal prof. Avi Jonah dell'università di Gerusalemme, compì una campagna di scavi tra le rovine di Cesarea Marittima, sede estiva dei procuratori romani in Giudea.

Da quelle rovine gli archeologi estrassero una lapide in marmo grigio, di circa 15 centimetri per 12, con quattro righe di iscrizione in scrittura ebraica quadrata, sicuramente non posteriore al terzo secolo prima di Cristo. Su quell'antico marmo, inciso quindi almeno trecento anni prima di Gesù, una grossa sopresa: il nome di una località, quello di Nazareth.

     Per la prima volta era raggiunta la sicurezza scientifica dell'esistenza della città ai tempi di Gesù. Nella fossa degli scavatori israeliani cadevano le innumerevoli teorie elaborate per spiegare le ragioni per cui i vangeli avrebbero inventato un posto chiamato Nazareth.

    Spiace che, malgrado quel marmo di Cesarea sia esposto da anni al museo archeologico di Gerusalemme [attualmente, conservata in un Museo nei pressi di Cesarea di proprieta dell' Autorità Israeliana per le Antichità, nota di redazione-gesustorico.it], si susseguono ancora interpretazioni che lo ignorano. Un difetto d'informazione che dà un sapore quasi comico alle molte pagine sui "significati mitologici dei termini Nazareth e Nazareno" che ancora si pubblicano gabellandole per scientifiche.

    "Vita di Gesù" di Marello Craveri [...]: "Secondo vari studiosi - informa Craveri - Nazareth non è mai esistita". Quindi, l'appellativo Nazareno dato a Gesù nel Nuovo Testamento sarebbe da "ricollegare al vocabolo aramaico Nazirà con cui a quei tempi erano chiamati coloro che avessero fatto voto, perenne o temporaneo, di castità edi obbedienza, tenendo la chioma intonsa per la durata del voto".

    Oppure (informa ancora il volenteroso studioso) si deve cercare l'etimologia nel termine siriaco nasaya che significa "protetto da Dio". Oppure: l'appellativo deriverebbe da netser che significa "ramo, virgulto, rampollo". Quindi, il vangelo di Matteo in particolare avrebbe inventato una città di nome Nazareth per poter chiamare il suo eroe Nazareno e in tal modo dimostrare che si era verificata la profezia dell'Antico Testamento che dice: "Un ramo uscirà dal tronco di Jesse e un rampollo (netser) spunterà dalle sue radici".

    Tutte interpretaizioni legittime, insiste Craveri, in quanto "non si hanno notizie precise circa l'esistenza di una località di nome Nazaeth ai tempi di Gesù".

    Mentre si scrivevano queste righe, da 12 anni la lapide del III secolo a.C. con l'iscrizione Nazareth era esposta in una vetrinetta di un museo della Repubblica di Israele.

     Tratto da:

Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, SEI, Torino 1976,  pp.231-232    - 

 

http://www.gesustorico.it/htm/archeologia/nazaret_avijonah.asp


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